Il presidio
Sono un corridore e mi vietavano di dare il midollo
L’incredibile storia di Proni che ha dovuto lottare per aiutare la sorella gravemente malata
di Stefano Fiori
Alessandro Proni, 30enne ciclista romano che ha costruito la sua carriera sulle strade della Toscana, è tornato con grande entusiasmo agli ordini del suo mentore Luca Scinto nella Farnese Vini-Selle Italia-Neri Sottoli.it. Il longilineo atleta che vive a Lariano, sui colli romani, ma che per gli allenamenti predilige la zona di San Baronto, è reduce da tre anni tribolati. Lo abbiamo incontrato in occasione della festa giallo fluo, svoltasi a San Baronto e organizzata dal team Farnese.
. Si può dire che in Toscana tu abbia frequentato l'università del ciclismo?
«Definiamola pure così… Sono arrivato in Toscana nel 1999 e i due anni da Juniores con il club di Lari, sotto la guida di un tecnico eccezionale come Carlo Viviani, sono stati bellissimi. Nel 2001 sono passato tra i dilettanti con la Monsummanese, dove ho trovato altre due persone impagabili come Giacomo Pasqui e Giuseppe Trinci. A Monsummano ho trascorso quattro anni memorabili, ricchi di vittorie ma che non bastarono a garantirmi il passaggio tra i professionisti. Fui tentato di piantarla con la bici, ma credendo nel destino ed essendo io molto religioso mi dissi che la tenacia e la serietà prima o poi avrebbero pagato».
Come avvenne puntualmente nel 2005 quando passasti alla Finauto-Neri di Scinto e Citracca.
«Quello è stato il momento più importante della mia carriera. Luca è il diesse al quale sento di essere maggiormente riconoscente. Nel gennaio 2005 avevo deciso di smettere e lui mi… prese per i capelli convincendomi a continuare e mai scelta fu più azzeccata, poiché in estate ricominciai a vincere e dopo i 12 successi del 2006 approdai al professionismo con una delle squadre più forti al mondo come la Quick Step. Fu davvero il coronamento di un sogno».
E anche tra i pro riuscisti a vincere subito.
«Sì, vinsi una tappa al Giro della Svizzera ed è stato uno dei giorni più belli della mia vita ma fu anche l'inizio di un periodo negativo, nel quale iniziai ad accusare quei problemi tendinei con i quali ho dovuto convivere a lungo. Oltre a ciò iniziai a complicarmi la vita…».
In che modo?
«Commisi l'errore di sentirmi già arrivato, così lasciai Scinto - che per me è il numero uno dei diesse - e il quartier generale di San Baronto per trasferirmi a Roma ed allenarmi da solo. Avevo la sensazione che Luca non avesse più il tempo di seguirmi, che dedicasse tutta la sua attenzione alla squadra dilettanti e fu un altro grave sbaglio di valutazione».
Poi, nel 2009, arrivò un'altra mazzata terribile.
«In agosto mia sorella Debora, 40enne, scoprì di essere affetta da leucemia e dopo essere stata curata a Roma venne trasferita all'ospedale perugino di Santa Maria della Misericordia, all'avanguardia per questo tipo di malattie. Dopo un ciclo di quattro chemio, a febbraio del 2010 gli ho donato il midollo non senza difficoltà, poiché non mi volevano autorizzare in quanto… ciclista e questo la dice lunga sui pregiudizi ai quali va incontro in tante situazioni la nostra categoria. Io mi sono impuntato, ho giurato che ero pulito e tutto è andato benissimo fino al dicembre dello scorso anno, quando mia sorella è deceduta non a causa della leucemia bensì per colpa di altre complicazioni. Un colpo terribile, seguito dalla brutta tegola dell'altra mia sorella, Sabrina, alla quale è stato diagnosticato nel 2011 un tumore al seno. Anche lei adesso sta lottando contro questa terribile malattia».
La donazione del midollo può pregiudicare il prosieguo della tua carriera ciclistica?
«Assolutamente no. Equivale a una donazione del sangue e non ha conseguenze rilevanti nemmeno per uno sportivo professionista come me. Sono diventato un testimonial per la donazione del midollo, ce n'è un bisogno enorme. A Perugia c'è il residence Daniele Chianelli che accoglie genitori di bambini malati e purtroppo ne ho visti morire parecchi a causa della cronica carenza di donatori del midollo».
Ma dopo tutti questi tristi eventi come ti è tornata la voglia di riprendere la bici?
«L'inverno scorso mi ero ormai deciso a finirla con il ciclismo. Avevo rescisso il contratto con l'Acqua & Sapone poiché temevo che la bici mi portasse via troppo tempo da dedicare alla famiglia, a mia moglie e alle mie bambine. Poi, però, mi sono tornati alla mente gli incitamenti della mia povera sorella Debora, la mia prima e più accanita tifosa, che mi ripeteva spesso “Tu sei un'aquila, devi solo aprire le ali e vincere, devi credere in te stesso”. Pensate: era addirittura lei a fare coraggio a me, in quelle condizioni. Così mi sono riavvicinato a Scinto e ora sto pianificando di tornare a vivere a San Baronto con mia moglie, perché è qui che si respira il vero ciclismo».
Una Farnese che ha già un bel gruppo di atleti vincenti.
«Sì, sono dei ragazzi eccezionali e del 2012 già conservo un ricordo indelebile: la vittoria di Rabottini nella tappa più bella e spettacolare del Giro d’Italia».
Che problemi vorresti togliere dal ciclismo attuale?
«Il doping e la mancanza di rispetto verso il nostro sport, spesso dimostrata dai media ma anche dalla gente comune quando ci alleniamo, per esempio, tra mille pericoli, sulle strade. Infine bisognerebbe arrestare l'emorragia di sponsor che sta accusando il ciclismo: in Italia tutto ormai viene fatto in funzione del calcio, lo sport degli intoccabili e che attira maggiormente gli sponsor anche in questo periodo di grave crisi economica».
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