Pelle di rame, cento anni fa la breve gloria
Il 15 luglio 1912 Jim Thorpe salì sul podio, sei mesi dopo era di nuovo un emarginato
di Federico Buti
Cento anni fa stecchiti, una vertigine. Anno 1912, quello del naufragio del Titanic, della Belle Epoque al tramonto, delle avanguardie artistiche sovversive di Kandinsky, Duchamp, Schoenberg &c, dell’Italia che ignora il rombo della grande guerra vicina e preferisce divertirsi col Giornalino di Gian Burrasca pubblicato in volume pochi mesi prima.
Mese di luglio, giorno 15: alle Olimpiadi di Stoccolma si concludono le gare della disciplina regina, l’atletica leggera. Nella tiepida serata svedese un uomo alto e robusto con la pelle scura sale lentamente sul palco olimpico: ha appena vinto la medaglia d’oro del decathlon, la sua seconda, si chiama Jacobus Thorpe ed è un atleta prodigioso, il vero protagonista dei Giochi, come Jesse Owens lo sarà a Berlino nel 1936. Un altro uomo, elegantemente vestito in divisa blu con inserti dorati, lo aspetta per mettergli la medaglia al collo, è il re Gustavo V di Svezia; deve nascondere la delusione per la sconfitta del connazionale Wieslander, grande favorito della vigilia, ma lo fa con sovrano aplomb. «Congratulazioni, signore - scandisce in perfetto inglese - voi siete il più grande atleta del mondo». Jacobus lo guarda perplesso, poi un sorriso illumina la sua faccia solitamente ingrugnata. «Grazie, Re» risponde elargendogli una vigorosa stretta di mano.
Pochi giorni dopo Jacobus approda in nave al porto di New York, una grande folla lo attende e gli tributa l’onore della parata lungo Broadway: a lui, il ragazzo pellerossa orfano, sconosciuto e morto di fame, che a 25 anni si è salvato da una brutta fine solo grazie a un corpo fantastico che gli consente di primeggiare in qualsiasi gara si cimenti: corsa, salto, lancio, football, baseball, cazzotti e perfino il ballo figurato. Ora, all’improvviso, tutti lo vogliono e gridano il suo nome, lo portano il trionfo. Jacobus lascia fare, si concede, ma non perde il suo sorriso incredulo e scettico: «Non avrei mai pensato di avere tanti amici», commenta ironicamente. E ha ragione, ha ragione da vendere.
Nato in Oklahoma non si sa di preciso quando né dove, Jacobus Thorpe è stato chiamato dalla sua gente Wa Thouk, che significa “sentiero luccicante”: la tipica leggenda western narra che quando nacque un raggio di sole illuminò all’improvviso la capanna. Fino da bambino eccelle nelle prove fisiche, ma fino da neonato il destino gli riserva colpi bassi: muore il suo fratello gemello, poi muore la mamma; il padre - un seminomade - se lo porta in Kansas, poi nella Pennsylvania rurale dove lo iscrive alla scuola indiana di Carlisle, ma poco dopo muore anche lui e lo lascia solo, in un contesto senza speranza. Il ragazzo però è tosto e se la smazza in tutte le maniere lecite e meno; e capisce alla svelta che se vuole campare deve mettere a frutto il solo tesoro di cui dispone: il suo corpo statuario. Lavora come facchino e cowboy, infine decide di darsi decisamente allo sport, qualsiasi sport.
Col football e il baseball presto diventa l’eroe della scuola, poi della contea e dello Stato. In una partita contro i “fighetti” . di Harvard, giocando come running-back, segna tutti i punti e trascina la modesta Carlisle a una clamorosa vittoria. Nel 1911 è segnalato come atleta dell’anno e nessuno mette in dubbio che l’anno dopo andrà legittimamente alle Olimpiadi: siccome vince in tutte le prove, dopo i primi trials decidono di iscriverlo per il pentathlon e il decathlon. In più, lo iscrivono anche nel salto in alto e salto in lungo. Il suo allenatore bianco, tale Witherspoon, lo pronostica in finale in una o due competizioni: sa di avere per le mani un talento prodigioso ma si tiene prudente anche per via del colore della pelle: le guerre indiane, in fin dei conti, sono finite da poco...
A Stoccolma Thorpe esordisce nel pentathlon e vince 4 gare su 5: la quinta è il giavellotto che lui ha cominciato a tirare un mese prima dei Giochi; comunque anche lì arriva terzo e nel conto totale straccia tutti. Poi arrivano le gare di salto, in entrambe Jacobus va in finale e sfiora il podio in quella dell’alto. Infine il decathlon: il grande favorito è lo svedese, ma alla fine si becca un distacco di oltre 700 punti, abissale.
Sei mesi dopo, all’inizio del 1913, la gloria si trasforma in dramma. Alcuni giornali rivelano che Thorpe ha fatto sport professionistico negli Usa, violando la sacra legge decoubertiniana; invano Jacobus scrive una lettera accorata nella quale ammette di non aver saputo un accidente di quelle regole; invano si fa notare che il ricorso è partito ben oltre il termine dei 30 giorni. Gli tolgono le medaglie e lo ributtano al posto suo, quello degli emarginati.
Da quel momento fino all’epilogo nel marzo 1953 - quando lo trovano morto nella sua roulotte sgangherata in un paesino della California - la vita di Thorpe (ri)diventa un compendio di amarezze: miseria, alcolismo, tre matrimoni naufragati, risse. Poco prima il grande attore Burt Lancaster aveva convinto il regista Michael Curtiz a girare un film su di lui, il film s’intitola “Pelle di rame” ed è un successo, Jacobus fa anche consulenza sul set, ma nonostante l’impegno di Lancaster ci tirerà fuori solo 2mila dollari: anche Hollywood l’ha fregato, pagandogli una sciocchezza i diritti. Dopo la morte, la vedova vende le sue spoglie a un paese della Pennsylvania che sta cercando il modo di attirare turisti: gli cambiano il nome in Jim, gli erigono un mausoleo, rinfrescano la storia e fanno centro.
Davvero beffardo suonerebbe dunque quel nome indiano di “sentiero luccicante”, se non fosse che dopo decenni di battaglie legali alcuni dei suoi figli riescono ad ottenere la riabilitazione. Jacobus - ribattezzato Jim - Thorpe torna dunque con tutti gli onori nell’albo d’oro olimpico, negli Usa ora ci sono premi e concorsi alla sua memoria, in ogni sondaggio il suo nome sta nei cento migliori atleti americani di sempre. Molto tardi, ma in tempo almeno per confermare che quel raggio di sole non scintillò invano.
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