Il Tirreno

Livorno

Nenci, il «pugile rosso» di Melbourne

di Mario Orsini
Nenci, il «pugile rosso» di Melbourne

Il livornese conquistò l’argento: «I giudici mi fece perdere la finale contro un russo, era quasi un derby tra comunisti...»

6 MINUTI DI LETTURA





E’ passato oltre mezzo secolo da quell’estate del 1956 quando un arcigno e coraggiosopugile livornese, Franco Nenci,conquistò una storica medaglia d'argento nel pugilato nella categoria dei superleggeri. Adesso, a 77 anni suonati, continua a insegnare i segreti della noble art ai suoi tanti allievi, giovani e meno giovani (amatori), all'Accademia dello Sport di Livorno.v

Pugile portuale. Con Mario Sitri e Franco Brondi, Franco Nenci, negli anni Cinquanta e Sessanta, ha costituito un terzetto di boxeur formidabili. «In tante circostanze abbiamo riempito lo stadio comunale e teatri come il Politeama, l'Odeon e il Lazzeri e dato linfa all'orgoglio labronico anche lontano da Livorno. Io lavoravo già in compagnia portuali. Ci ero entrato, a 15 anni, nel 1950. Con una carretta portavo gli arnesi agli operai sulle navi. Quando chiedevo i permessi, per allenarmi o combattere, per me le porte erano sempre aperte. Il console Vasco Iacoponi mi diceva: Franco vai dove devi andare ma quando ti intervistano ricordati sempre di dire che sei un portuale livornese».

Sconfitto da un russo. Alle Olimpiadi di Melbourne, In finale, mi trovai davanti Vladimir Yengibaryan, un pugile sovietico già campione d'Europa assoluto nel 1953. In Unione Sovietica era vietato il professionismo. Nonostante questo disputai un gran match. Al momento del verdetto però arrivò una super delusione: i giudici assegnarono la parità 56 a 56 e l'arbitro, uno statunitense, assegnò il successo al russo. In tempi di guerra fredda quasi una contraddizione". Poi tra il serio e il faceto aggiunge: «Forse sapeva che ero di Livorno e quindi comunista anch'io, quindi per lui partivamo alla pari». Nenci poi fa un passo indietro, alla convocazione preolimpica, da parte del ct Steve Klaus. «Gradita e inaspettata. Per gli addetti ai lavori avrei dovuto essere un vaso di coccio tra vasi di ferro. Nella mia categoria c'erano il campione d'Italia Maciariello, il genovese Olla, l'emiliano Mancini e il siciliano Pappalardo, tutti più quotati di me che avevo vinto solamente il titolo regionale. Io, però, uno alla volta, li battei tutti. Per prepararci, nei ritiri di Porto Recanati e Orvieto, i maestri Klaus e Natalino Rea, facevano venire anche professionisti già affermati. Io facevo spesso i guanti con Duilio Loi, allora già campione d'Europa. Un bravo pugile e una persona squisita. Da lui imparai davvero tanto. Loi fu quasi buon profeta quando disse che l'unico che avrebbe conquistato una medaglia sarei stato io. A conti fatti ci andò vicino perché, oltre a me, il solo Giacomo Bozzano ne conquistò una di bronzo. Gli altri sei pugili, invece, tornarono a casa a mani vuote». Anche se di quella spedizione a cinque cerchi facevano parte anche il sardo, di Alghero, Salvatore Burruni poi campione del mondo dei mosca. L'allora medio e poi mediomassimo, di Anzio, Giulio Rinaldi che nel '60, a Roma batté il mitico Archie Moore e si guadagnò la possibilità di combattere, proprio contro l'americano, con la corona mondiale in palio, al Madison Square Garden. Rinaldi poi diventò campione d'Europa prima di cedere lo scettro al pisano Piero Del Papa. Del gruppo inoltre facevano parte anche Agostino Cossia, Franco Scisciani, Ottavio Panunzi e il mio grande amico Mario Sitri, nei pesi gallo. Insomma due livornesi su otto. A casa rimase, invece, Nino Benvenuti perché ritenuto troppo giovane.

Bimbo, sei alle Olimpiadi. A Melbourne arrivammo un paio di mesi prima, per ambientarci. Con noi dall'Italia, per darci una mano, come sparring, erano venuti anche pugili professionisti: Tiberio Mitri, Bruno Visentini e Sergio Caprari. Inoltre facevamo i guanti anche con pugili di altre nazionali. Io incrociai, tra l'altro, i guantoni con l'ungherese Lazno Papp. Uno che picchiava come un matto. Un giorno Klaus vedendo che cercavo di sgusciare via mi disse: bimbo qui non sei ai campionati toscani se perdi vai a casa». All'esordio Nenci mandò ko il pakistano Gul alla terza ripresa. Poi vinse con il tedesco Willi Roth e nei quarti e in semifinale fece altrettanto con l'argentino Antonio Marcilla e il rumeno Constantin Dunitrescu, prima di vedersela con il russo. In tutto cinque match in sette giorni. "Mario Sitri, invece, nei quarti, ebbe la sfortuna di trovarsi davanti un irlandese davvero forte. Il match fu di una crudezza inimmaginabile. Se le dettero in maniera così intensa da annientarsi praticamente a vicenda».

Il ritorno a casa per i due pugili livornesi fu trionfale. «Alla stazione vennero a prenderci tante persone e i festeggiamenti andarono avanti per giorni. Fui ricevuto, in pompa magna, anche dall'allora sindaco Nicola Badaloni».

Nenci, l'anno dopo passa professionista. E il mito continua. Anzi si dilata. «Quando uscivo di casa ero accolto quasi come un divo. Ai meno abbienti regalavo fiaschi di vino, pasta e polletti. Quando combattevo a Livorno compravo decine e decine di biglietti delle prime file e li regalavo a chi non avrebbe avuto la possibilità economica di venirmi a vedere.

Sette anni senza patente. «Con i soldi guadagnati mi comprai prima una Giardinetta e quindi una Millecento. La patente però la presi solamente sette anni dopo. Quando i vigili mi fermavano e si accorgevano chi ero mi facevano una ramanzina ma niente multa». Da professionista Franco Nenci disputa 57 match: 36 vittorie e 8 pareggi. Alcuni memorabili. Tra questi quello contro Garbis Zakaryan a Istanbul (1966), contro Omrane Sadok a Tunisi (1963) e Epiphane Akono a Ginevra (17 ottobre 1958). «Andai al tappeto tre volte ma mi rialzai sempre e alla fine uscii imbattuto». Tra i più bei successi Nenci ricorda quella Charley Duglas a Livorno nel 1959. «A 32 anni decisi di smettere, benché fossi imbattuto da due anni con cinque vittorie e due pareggi. Sul volto si iniziavano a vedere i segni di qualche battaglia e gli stimoli erano calati. Sul mio curriculum è scritto che ho perso diverse volte per ko: non è vero nulla. L'unica sconfitta vera per ko è con Castoldi a Roma nel '60. Tre mesi prima, contro di lui a Pavia avevo perso per infortunio e volevo prendermi la rivincita con gli interessi. Così dopo averlo dominato, mi misi a fare lo scemo, ad abbassare la guardia e a irriderlo. Lui mi centro, con un tremendo montante e mi mandò a gambe levate ad ammirare le stelle. Morale: sul ring il rispetto viene prima di tutto».

Comunista in Mercedes. Tra i suoi ricordi più belli anche quello di collaboratore e maestro della nazionale di pugilato anche in occasione della preparazione delle Olimpiadi di Seul e di Barcellona. Tra i suoi allievi il grande Giovanni Parisi, oro nei piuma proprio a Seul. «In quel periodo mi ero comprato una Mercedes con la quale andavo ai ritiri collegiali. Appena mi presentavo, l'allora maestro della nazionale Franco Falcinelli, chiamava i pugili e poi additandomi diceva: guardate bene con quale auto viaggia il maestro Nenci, che arriva da Livorno ed è un grande comunista. Io replicavo che non me l'aveva regalata nessuno e me la ero comprata con i miei sacrifici».

Gli altri toscani. Altre due le medaglie toscane nella storia delle Olimpiadi del ring. La prima, a Tokyo 1964, fu il bronzo conquistato dal senese Silvano Bertini, classe 1940, nella categoria dei pesu welter. Un’edizione, quella giapponese, nella quale la nazionale azzurra guidata da Natalino Rea presentava talenti come il peso mosca Fernando Atzoni e il medio massimo Cosimo Pinto (entrambi portarono a casa una fantastica medaglia d’oro) il medio Franco Valle e il massimo Bepi Ros che salirono sul gradino più basso del podio. Quattro anni dopo invece, ai Giochi di Città del Messico, toccò allo spezzino - ma toscano di adozione e di allenamenti - Giorgio Bambini mettere le mani sulla medaglia di bronzo nella categoria regina, quella dei pesi massimi.

©RIPRODUZIONE RISERVATA

Non lasciare decidere l'algoritmo:

scegli Il Tirreno per le tue notizie su Google

Primo piano
La tragedia

Cecina, il parto in casa e il neonato morto in una busta: i dubbi da chiarire

di Claudia Guarino