Il Tirreno

Livorno

Piermario è tra noi Momenti struggenti per 15mila cuori

dall’inviato
Piermario è tra noi Momenti struggenti per 15mila cuori

Lo striscione portato in campo dagli ultrà livornesi Poi un mare di applausi «bipartisan» ed è commozione

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PESCARA. E’ azzurro il cielo sopra Pescara. E pieno di stelle. La più luminosa, nel Grande Carro, è quella di Piermario Morosini. Il 14 aprile era volato fra gli angeli, trentuno giorni dopo guarda i suoi compagni da lassù, sperando che riescano finalmente a regalargli quell’impresa che lui fortemente voleva.

«Andiamo a prenderci questo risultato», disse a Mazzoni e agli altri guardandoli coi suoi occhi scuri prima di uscire dallo spogliatoio. Un incitamento che il Livorno stava mettendo in pratica, con due gol in 11’, firmati Dionisi e Belingheri. Guarda caso gli assenti del recupero: Fede in panchina per scelta tecnica, “Beli” alla tv, perché fra l’altro era già stato sostituito prima dell’interruzione del gioco.

Lo stadio Adriatico comincia già a riempirsi un’ora prima: bianco e celeste, non esistono altri colori, quella dozzina di felpe amaranto che si riscalda sul prato sembrano piume di una specie protetta dal Wwf. Il ricordo di un sabato piovoso e maledetto è in due striscioni esposti in curva abruzzese: “Ciao Moro, la nord ti onora” e “Ciao Moro, salutaci Domenico: sempre con noi”. Riferimento al capo ultrà del Pescara ucciso nella notte del 1º maggio in circostanze misteriose. Il resto è solo presente, con una città ormai alle porte del sogno, il quotidiano locale (Il Centro) che ha già preparato 32 pagine speciali sulla promozione, insomma qui tutti ormai stanno facendo il conto alla rovescia. E quindicimila cuori infatti sono lì, tutti accesi, pronti a dire «io c’ero».

Prima che le squadre entrino in campo per sciogliere i muscoli due bambini palleggiano fra la panchina del Pescara e lo spigolo destro dell’area, dove stava ripiegando il Livorno, proprio dove il Moro cadde e si rialzò per due volte nel suo ultimo alito di vita. E fra chi il 14 aprile era in tribuna e non ha più la beata incoscienza dei vent’anni è un brivido, un flashback che attorciglia la gola.

Un attimo prima che le squadre sbuchino dagli spogliatoi il maxischermo dello stadio proietta un bel primo piano del Moro e la scritta: ciao Piermario. Applausi, e tutti in piedi. Mentre i ragazzi della nord percorrodono la pista di atletica con un mazzo di fiori e lo stesso striscione portato a Bergamo per i funerali, accompagnato dai colleghi-alleati del Pescara. E lo appendono proprio al centro del settore degli ultrà abruzzesi: “Avevi la nostra maglia - ciao Moro”.

Poi si comincia, il presente si prende il centro del palco. Pescara frenetico e all’assalto, Livorno coperto e col bavero alzato, con un 4-5-1 che in questo stranissimo primo tempo di 14 minuti più recupero può anche andare bene. Qualche emozione, lo stadio si infiamma, ma Bardi è un gatto a nove code e non si fa sorprendere. Si va al riposo ancora sullo 0-2, poi nell’intervallo arriva la notizia che il Torino sta vincendo col Sassuolo, una bella notizia anche per Zemanlandia. La ripresa è un assalto al fortino amaranto, ma l’angelo Morosini dal cielo fa buona guardia e la porta di Bardi non capitola mai. «Andiamo a prenderci questo risultato», avevi detto quel 14 aprile. Ciao, Moro. Un angelo amaranto.

Renzo Marmugi

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