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Livorno

«Risalire si può con la cantera e la livornesità»

di Fabrizio Pucci
«Risalire si può con la cantera e la livornesità»

Cristiano Lucarelli a cuore aperto: «Per Verona ho fiducia. Spinelli? Ha sbagliato, ma non solo lui»

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LIVORNO. Centododici gol segnati con la maglia amaranto in cinque anni. 103 in campionato, quattro in Coppa Italia e cinque in Coppa Uefa. Cristiano Lucarelli, insieme a Igor Protti e i suoi discepoli ha scritto pagine indimenticabili della nostra storia. Adesso sta per chiudere la carriera nel Napoli, ma gli occhi sono sempre rivolti verso il Livorno. E il suo cuore sanguina dopo i recenti fatti.

Cristiano, partiamo dalla partita di Verona: è complicatissima..

«Sì, però la squadra, paradossalmente gioca meglio contro le big e soffre negli scontri diretti per cui sono fiducioso. Ricordiamoci che prima del dramma Morosini il Livorno aveva messo sotto e di brutto pure il Pescara».

Già. La tragedia del 'Moro' ha segnato questa stagione.

«E' vero. Ma può anche essere la molla per far bene. Questo ragazzo è morto con la maglia del Livorno sulla pelle. Chi scende in campo deve ricordarsi questo. E' una motivazione fortissima. Credo che a Verona i nostri venderanno cara la pelle. E prima o poi un pizzico di fortuna sarà anche dalla nostra parte».

Che ricordi hai di quel sabato maledetto?

«Abbiamo vissuto un dramma. Il dolore è stato triplo: da sportivo, da tifoso, da genitore. Abbiamo visto un ragazzo di 25 anni lottare contro il destino. E quel ragazzo indossava la nostra maglia. Ha cercato di rialzarsi tre volte. Certe immagini non si possono dimenticare. Nessuno si merita di morire, ma se ci fosse un'ipotetica classifica, Piermario sarebbe stato l'ultimo per via della sua storia personale e familiare. E poi mi è tornata in mente una mia vecchia sensazione».

Quale?

«Sai, quando giocavo nel Livorno a volte mi capitava di pensare a una mia eventuale morte prematura. Ecco, in quei momenti pensavo che l'unico modo dignitoso per andarmene sarebbe stato su un campo di calcio e con la maglia del Livorno sulla pelle. Sì, se avessi potuto scegliere come morire, non avrei avuto dubbi. Quello sarebbe stato il modo».

Il dramma di Pescara ha ricompattato l'ambiente amaranto anche se un pizzico di malumore è riaffiorato dopo la sconfitta col Toro...

«Sì, lo so. Mi piacerebbe che dopo l'onda emotiva nessuno, in Italia, si dimenticasse di Morosini e neanche di sua sorella. Non vorrei che accadesse come per Vitulano. Oggi c'è un torneo che ne porta il nome, ma le figlie di Miguel faticano a trovare gli sponsor per organizzarlo ogni anno. E questo fa male. Sull'ambiente livornese ho una mia opinione precisa, che chiama in causa tutte le componenti».

A cominciare da Spinelli?

«Sì. Oggi per me sarebbe fin troppo facile mettermi insieme a quanti lo contestano. Figuriamoci! Io ci litigavo quando tutti lo osannavano. In realtà se va via lui, chi lo sostituisce? Mi spiego. Qui da noi non c'è un Moratti, cioè un miliardario innamorato della squadra e in grado di investire a fondo perduto. E la città che cosa ha da offrire a un imprenditore che viene da fuori? Poco o nulla. Spinelli di sicuro ha commesso errori, dei quali alcuni grossolani, ma la colpa di questa disaffezione non è tutta sua».

La situazione è recuperabile? E se sì, come?

«Certo che lo è. Servono investimenti nel settore giovanile. Noto con gioia che quello amaranto è in grande miglioramento e i risultati si sono visti. Ma ci vorrebbe un centro sportivo per far rimanere più ragazzini possibile a Livorno. Mi piace l'idea della “cantera” amaranto sullo stile di quella del Barça con ex giocatori a far da istruttori. Bisogna insegnare ai bimbi che cosa significa essere livornesi e giocare nel Livorno. Spiegare loro quali sono i requisiti morali per vestire la nostra amata maglia. Sarebbe un primo passo».

Secondo te quando è iniziato il declino?

«Credo sia stato commesso un errore di valutazione. Abbiamo smesso di fare leva sull'identità livornese. Non si è capito che eravamo diventati l'icona su scala europea, se non mondiale, di un certo modo di fare calcio. Non si è capito la portata del fenomeno Livorno. C'era una tifoseria eccezionale come le Bal. C'era il senso di appartenenza. Il patrimonio umano e morale non doveva essere disperso. Avrebbe garantito ritorno d'immagine ed economico per la nostra città. In Italia i tifosi di sinistra delle big avevano adottato il Livorno come seconda squadra. Sensazioni indimenticabili. Che però possono tornare. Ne sono profondamente convinto. E' il mio sogno».

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