Il presidio
Una sola cornata ma basta e avanza
dal nostro inviato Renzo Marmugi
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DELUSIONE. Paulinho, Russotto e Knezevic a testa bassa alluscita dal campo Il Livorno doma il Toro fino a 10' dalla fine, poi un siluro di Parisi confeziona la beffa
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TORINO. Una cornata sola, ma è quella fatale. Nel'arena granata il Livorno non rischia niente per ottanta minuti, poi capitola alla prima disattenzione, quando è rimasto in dieci per l'espulsione di Lambrughi. Il Torino primo in classifica si sta avviando verso il quarto pareggio consecutivo, ipnotizzato dentro la scatola cinese di Novellino, un 3-5-2 che copre bene tutti gli spazi, con il temuto talento serbo Stevanovic (poi rilevato da Verdi) incapsulato da Lambrughi e dai raddoppi di Filkor, Iori guardato a vista dal secondino Luci e le punte incapaci di trovare un guizzo davanti al muro costruito da Perticone, Knezevic (bravissimo) e dal rientrante Miglionico, con gli esterni di centrocampo che si abbassano a ogni tentativo offensivo nemico. Ne viene fuori una partita ipertattica, con le emozioni che può avere sotto le lenzuola una coppia che ha superato le nozze d'oro e non ha i soldi per comprarsi il viagra. Attenzione feroce, presidio di ogni ciuffo d'erba, portieri praticamente disoccupati. Due tiri respinti da Bardi (su Vives e Antenucci) nei primi 15' e basta, mentre Coppola non deve neanche sporcarsi i guanti perché il Livorno è propositivo fino alla trequarti, ma non riesce mai a trovare l'imbucata vincente in profondità e i traversoni alti a cercare la testa di Paulinho sbattono sempre sul muro di Obgonna. Doveva essere uno zero a zero stecchito, però il calcio non è mai scienza esatta, anzi è capace di regalare anche sorprese crudeli. Come quel siluro mancino di Parisi (classe 1977), un terzino ex bandiera del Messina, che fulmina il ragno nero numero 33. Un missile buono per confezionare la grande beffa, arrivata due minuti dopo l'espulsione di Lambrughi (34' st) - il migliore fino a quel momento - per doppio cartellino giallo. Una decisione contestata dal Livorno, visto che proprio lì ha girato la partita. Undici contro undici, infatti, il Toro era sembrato una placida mucca al pascolo, incapace di togliere un ragno dal buco. Vero che Rolando Bianchi (squalificato) è un totem difficile da sostituire, ma quando puoi pescare nel mazzo "carichi" come Ebagua, Antenucci e Sgrigna significa che il tuo potenziale di fuoco è nato apposta per volare in serie A senza neanche passare dai playoff. Se può esserci un motivo per consolarsi, dunque, il Livorno deve trovarlo nella qualità della prestazione, almeno fino alla trequarti avversaria. Anche se Genevier (dentro a sorpresa al posto di Remedi) ha limiti dinamici e fa rimpiangere Manuel Iori, in campo vestito da granata e non da amaranto. Una squadra, quella di Novellino, che fatica a essere pericolosa (Dionisi troppo nervoso, Paulinho poco cercato), a costruire gioco e occasioni, anche se ieri di fronte aveva la difesa più ermetica della serie B (8 gol subìti, uno ogni due partite). E' un Livorno incapace di inventare, costretto a ritagliarsi una vita da mediano e per questo più portato a giocare di rimessa, quindi meglio in trasferta che al "Picchi", dove gli altri si chiudono e trovare un guizzo o un lancio profondo diventa un'impresa. Cinque punti nelle ultime otto partite, uno nelle ultime tre. Se la fortuna è cieca, in compenso la sfiga ci vede benissimo. E mai a favore degli amaranto.
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