Il Tirreno

Livorno

Il bar dello stadio

La nostra storia del calcio era su quelle pareti

Sandro Lulli
La nostra storia del calcio era su quelle pareti

È stato un po' come entrare in casa e non trovare più niente alle pareti: il quadro lasciato dal nonno, la foto del tuo primo giorno di scuola, quella dei genitori e l'altra della prima comunione del figlio

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LIVORNO. È stato un po' come entrare in casa e non trovare più niente alle pareti: il quadro lasciato dal nonno, la foto del tuo primo giorno di scuola, quella dei genitori e l'altra della prima comunione del figlio. Quel locale dove si ammucchiavano ricordi dal 1935 e che tutti sentivamo "nostro" adesso non c'è più: tabula rasa, mura fresche di tinta, ricordi azzerati. È scomparso di colpo il piccolo mondo antico amaranto. Due superstiti: una foto del Livorno 83-84 di Renzino Melani, e un'altra a colori di Luciano Bruni, maglia gialla del Verona nell'anno dello scudetto '86.
STORIA. Insomma: con la scomparsa di Mario Bianchi - un uomo di grande spessore umano - se n'è andata anche una fetta della storia calcistica amaranto. La famiglia Bonaccorsi ha riaperto i battenti tre giorni fa, dato nuova vita al bar ritrovo dei tifosi, ma in dote non ha avuto foto e ricordi. Giancarlo Bonaccorsi con i figli Massimo e Stefano (l'altro, Claudio, ex Pallacastro Livorno, vive a Rimini dove ha aperto una boutique) hanno sperato di poter continuare a gestire quel patrimonio di storia calcistica. «Noi portiamo avanti dal 1955 il bar sotto la gradinata ed eravamo legatissimi a Mario. Non possiamo che ripartire da zero, sia ringraziando il Comune che i figli di Mario per la collaborazione». Tra l'altro i Bonaccorsi hanno confermato i due dipendenti di Mario, Vittorio Ria e Leonardo Miceli.
SMARRITI. I tifosi che continuano a darsi appuntamento al bar sono rimasti male nel ritrovare il locale privo delle istantanee ingiallite dal tempo. Paolo Parlanti amareggiato: «A Mario avevo portato la foto dello stadio nell'anno dell'inaugurazione (1933) che lui aveva fatto ingrandire e non l'ho più trovata; ma non è questo, ma il fatto che tutti noi ci sentiamo impoveriti dei nostri ricordi. Lo stadio è un tempio, qui si deve respirare la storia; senza passato non c'è presente e per quanto mi riguarda mi sento un po' come quando fu abbattuta la Torre di gradinata». E via ai ricordi, su ciò che era appeso ai muri. «C'erano le foto di Nastasio con Riva e quella di Lombardo con Maradona». «È perché, non ricordi Paolo Bergamo che dirige la Francia di Platini?».
PICCHI. E un altro: «E la rovesciata famosa di Parola? E poi quella del colpo di testa di Santon contro il Pisa?». Ma c'era anche Armando Picchi con la Grande Inter anni 60 quella che dominava il mondo; c'era Giampaglia in versione Sampdoria, c'erano Lessi e Balleri; c'era Bertocchi che allungava il pugno sinistro nel derby a Pisa del 1959 che finì in rissa. Un tifoso che non vuole comparire aggiunge: «Mi piaceva la foto del Livorno del 1921, che aveva in porta Jacoponi. Sai, incontrai il portiere che stava per emigrare in Cile. Chissà come gli è andata...». E poi c'era Chiellini, c'erano Protti e Lucarelli. C'era la nostra gioventù e l'età della maturità tra "amari" e "cognac", aranciate e birre, tra bicchieri e bottiglie e poi anche lassù in alto dietro la monumentale macchina per fare i caffé. Mario aveva sfruttato ogni centimetro per esporre quadri e foto e decine e decine di gagliardetti delle varie società.
PENCO. Il materiale è stato scatolato e messo a disposizione di Mauro Penco, ex capogruppo Ds in Comune dal 1999 al 2002 e poi assessore in Provincia e da poco presidente del Club Magnozzi. «Mario - racconta Penco - già a suo tempo mi aveva affidato materiale per il Club che non riusciva più a esporre».
MUSEO. Ed ecco che emerge un piccolo retroscena, perché la necessità di esporre la storia del calcio livornese di tutte le epoche, sin dalla fondazione del 1915, è sempre stata viva. «In realtà - racconta Penco - sette anni fa circa l'Amministrazione aveva studiato il modo di costruire un grande chalet, tra la piscina vecchia e il Palazzetto di via dei Pensieri dove ci sono alcuni alberi di pino, che ospitasse il bar, il punto amaranto, un locale per il merchandising amaranto cioè la vendita di magliette e articoli vari e inoltre il museo. Il progetto l'aveva firmato l'architetto Enzo Persico. Avrebbero partecipato Il Livorno Calcio e Mario Bianchi, che tra l'altro aveva trovato anche il supporto finanziario da parte di una torrefazione di caffé». In questo momento tutto ciò che ornava le pareti del bar «la figlia di Mario l'ha affidato a me», sottolinea Penco.
RITORNI. L'assessore allo Sport, Claudio Ritorni, non è insensibile al problema. Anzi, attorno al «museo amaranto» c'è più di un discorso avviato perché è chiaro che il problema è d'attualità. «Di questa necessità di esporre la storia calcistica del Livorno ne ho parlato e ne sto parlando e anche il sindaco Cosimi è in linea. Recentemente mi sono incontrato anche con l'associazione «Azzurri d'Italia» che vorrebbe ampliare il museo anche alle altre discipline livornesi. Il museo potrebbe essere ospitato o presso uno spazio che ci concederebbe l'Autorità Portuale o ai Bottini dell'Olio. Ma in ballo ci sono altre soluzioni...».
STADIO. Soluzioni che potrebbero vedere il museo nell'ambito della futura Cittadella dello Sport. «Sto lavorando a questo progetto che prevede la "fusione" dell'ippodromo Caprilli con le piscine, il campo di rugby, il palazzetto della scherma...». Quindi lo stadio non sarà spostato? «No, - sottolinea Ritorni - non ci sarà il nuovo stadio, ma la creazione di questa Cittadella dello Sport di 47 ettari».
IN MEMORIA. Ieri nell'ambito della festa del Centro di Coordinamento dei club amaranto circolava la voce secondo la quale il Gazebo per vip e personalità, costruito fuori dallo stadio, venga dedicato a Mario Bianchi.

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