Il Tirreno

Livorno

Dalla memoria di un inviato

Luciano Donzella
Dalla memoria di un inviato

di Aldo Santini

da giovedì 9 giugno in edicola

a soli € 8,90 più il prezzo del quotidiano

6 MINUTI DI LETTURA





Ricordate i “cannibali delle Ande”? Se la tragica storia dei sopravvissuti al disastro aereo è diventata un film, è per causa sua, di Aldo Santini. O meglio della sua ostinazione, del giornalista di razza che una volta fiutata la preda non la molla più. Una storia agghiacciante. Ne riparleremo. Ma non è che una delle centomila storie che questo splendido ragazzo del 1922 può raccontare: perché quegli occhi chiari hanno visto cose da fare invidia al replicante di Blade runner. Lo sapessero a Hollywood, avrebbero risolto la crisi delle idee.

Chi lo apprezza da sempre per la fluidità della parola scritta — quella che lo ha reso uno dei grandi inviati del ventesimo secolo — ma non l'ha mai sentito raccontare le sue storie, non sa quello che si perde. Ci staresti ore a lasciarti sballottare nel mare dei suoi ricordi, dove l'ayatollah Kohmeini e Peggy Guggenheim vanno a spasso con Salvador Allende e Yves Montand.

“Dalla memoria di un inviato”, il libro di Santini in edicola col Tirreno, rispetto all'immenso database che nasconde dietro lo sguardo attento, è giusto un bignamino. Ma ricco e sfaccettato come un diamante. E divertente, molto divertente. Perché l'old boy labronico ti racconta tutto quello che gli inviati non dicono, un “dietro le quinte” insolito, e un viaggio in un mondo che non esiste più: l'epopea dei grandi inviati che rimbalzavano sul pianeta come palline da flipper quando quello era l'unico modo di raccontarci ciò che oggi ci arriva in casa premendo il tasto di un computer.

Santini, cosa c'è in questo libro?

«Tutto quello che non ho scritto nei miei servizi, una sorta di confessione: ci sono anche un po' delle mie birbonate. Perché ho sempre sostenuto che l'inviato lavora come un matto, corre dietro alla notizia, poi dopo giorni di fango e fatica chiude il servizio. E si deve rilassare. C'è una foto che mi fece di nascosto il mio fotografo in Gabon dopo giornate durissime: cambiato, camicia pulita, sdraiato a bordo piscina con un drink in mano. “Ecco le foto del servizio” mi disse poi ridendo. Al giornale qualcuno disse “te la prendi comoda”. “Sì, ma dopo che mi sono fatto un mazzo così”. Certi privilegi poi erano anche utili».

In che senso?

Ad esempio nel Cile di Pinochet dovevo trasmettere servizi sulla Coppa Davis. Ma sapevo che me li avrebbero censurati. Noi inviati avevamo tutti la tessera gratuita per qualunque volo. Con quella la sera prendevo l'aereo, andavo a scrivere a Buenos Aires, mandavo il pezzo e tornavo a Santiago».

Come sei arrivato all'Europeo?

«Montesi, direttore del Telegrafo, era amico di Tommaso Giglio, grande direttore dell'Europeo, e gli inviava il giornale. Così Giglio lesse un mio pezzo sulla dogana, e mi chiamò: “Se riesci a rendere avvincente un'inchiesta sulla dogana, puoi scrivere per l'Europeo”. Sono stato il primo toscano ad avere il contratto da inviato. All'Europeo lo eravamo tutti. Quando non eravamo in giro facevamo il lavoro di redazione.

Come si lavorava con Giglio?

Lui entrava in redazione alle 9, ci potevi rimettere l'orologio. Voleva i servizi degli inviati sul tavolo, e senza correzione. Una volta Franco Pierini, l'inviato numero uno, ritardò a mandare un servizio dal Marocco. Il direttore mi disse “scrivilo tu, prendi l'Ansa...”. Per fortuna un paio d'ore dopo il pezzo arrivò. Lo stesso successe per la strage di Manson a Hollywood. Solo che lì il servizio non arrivò. Uscì il mio, “fatto in casa”, ma pubblicato col nome dell'inviato. Il giorno dopo mi voleva mandare a Hollywood per scrivere il seguito. Ma il primo articolo importante fu sui tupamaros. Era un mercoledì, mi disse “Vai a Montevideo e torna lunedì col servizio fatto”. Così feci, ma lui me lo fece rifare: era scritto in terza persona, “Rifallo in prima persona — disse — e fai sentire le emozioni che hai provato”. Fu il primo servizio vero in Europa sui tupamaros, lo cedette anche al Nouvelle Observateur».

Si guadagnava bene all'Europeo?

«Sì, se viaggiavi. Le note spese le rimborsavano a piè di lista, non ci facevamo mancare niente. E ho viaggiato nei cinque continenti. Se stavi a casa una settimana, diventavi nervoso come una bestia in gabbia. Ti mancava l'adrenalina».

Il servizio più difficile che hai fatto?

«Quelli che mi sono costati di più sono quelli dal Cile di Allende. In quel periodo a Santiago veniva sempre Craxi per farsi bello, e a differenza di molti colleghi io non l'ho mai citato. Al ritorno in Italia, Craxi era salito al potere e l'Europeo era in crisi; fu venduto ai socialisti. Col nuovo direttore, sarà un caso, non ci fu feeling. Lo salutai e me ne andai a Oggi».

E quello più impegnativo?
«Forse quello dei “cannibali delle Ande”. I sopravvissuti a un disastro aereo riuscirono a scamparla cibandosi dei resti dei loro compagni. Ci hanno fatto un film, per causa mia».

Perché?

«I sopravvissuti in conferenza stampa cercarono di prenderla alla larga sul come erano andate le cose, l'arcivescovo di Santiago disse “Si sono nutriti del corpo di Gesù”. E questo più o meno scrissero gli inviati. Io cercai altri riscontri. Parlai con le guide del soccorso alpino che avevano trovato sulle Ande i primi due. Mi ci volle un po' per farmi dire cosa c'era negli zaini dei sopravvissuti: “Cerebro e corazon”. E ciò che avevano visto nel troncone di aereo: sembrava una macelleria. Uno dei sopravvissuti mi disse “Attento a quello che scrivi, se non mi piace vengo in Italia e ti taglio la gola”. Scrissi il mio pezzo, nel quale raccontai anche la morte dell'unico che rifiutò di cibarsi di carne umana, finito in un canalone. L'eco che fece l'articolo in sudamerica convinse i sopravvissuti a chiamare un giornalista americano, cui dettarono la loro storia, che poi diventerà il film. Una storia verosimile, non so se anche vera».

Parlami dei grandi giornalisti che hai conosciuto. C'era competizione?

No, ognuno raccoglieva le sue notizie. Certo non ce le passavamo, ma neanche ci facevamo la guerra. Che dire? Ho tanti ricordi di tutti. Con la Fallaci ho lavorato, conosco i suoi pregi grandissimi e i suoi difetti enormi. Ho un ricordo umano pessimo, ma giornalisticamente da lei avevo tutto da imparare. Quando Panagulis fu liberato dal carcere tutti gli inviati lo aspettavano a casa. Lei disse “è inutile che stiate qui, tanto ci vado a letto e lo intervisto io”. Detto e fatto, lui entrò, lei lo andò a baciare, lo prese sottobraccio e lo portò in camera. Non a caso sosteneva di essere capace di abbindolare qualsiasi uomo. Quando andò a intervistare Khomeini a Teheran, fu costetta a mettere il chador. Chiese a cosa servisse, e lui: “A salvare la purezza delle belle ragazze iraniane”. Lei se lo strappò e lo calpestò, l'ayatollah si alzò e se ne andò. Che carattere! E come giornalista, eccezionale».

Biagi, Bocca, Montanelli...

Biagi era un grande. Con Giglio non si potevano vedere, quando passava Biagi, Giglio chiudeva la porta. Era umano e generoso, anche se un po' imbranato. Bocca per me è il numero uno della mia generazione, il più onesto, moralmente granitico. Montanelli, che aveva stima di me e mi ha dato ottimi consigli, riusciva a farsi capire con la sua scrittura dagli italiani di ogni categoria sociale. Poi vorrei ricordare Alberto Cavallari. Abbiamo lavorato tante volte sugli stessi servizi, ad armi pari. La mattina leggevo gli articoli, e nel confronto ci rimettevo sempre. Era troppo più intelligente e più bravo di me».

La dote principale per fare questo mestiere?

«L'onestà. Prima o dopo ti ripaga sempre. Se sei onesto quando scrivi, il resto viene di conseguenza».

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