Livorno, il mal di testa che non passa e la corsa in ospedale: «Salvato grazie all'intervento d'urgenza al cervello»
La storia di Matteo Rizzo, 43 anni, lavoratore della Solvay che ringrazia i medici del reparto di Neurochirurgia: «È merito loro se ho potuto riabbracciare mio figlio»
LIVORNO. Il mal di testa che non passa, la scoperta drammatica in ospedale, le quattro ore e mezzo di intervento nel cuore della notte, nelle mani di medici e infermieri. Poi il ritorno a casa, dopo appena quattro giorni, e quell’abbraccio infinito con il figlio. L’abbraccio più bello di sempre. Ha ancora la voce che trema Matteo Rizzo, livornese di 43 anni, lavoratore della Solvay di via Leonardo da Vinci, mentre racconta quello che gli è capitato nei giorni scorsi.
Oggi può farlo con il sorriso e con la commozione negli occhi. Anche, anzi soprattutto, con la voglia di ringraziare chi gli ha salvato la vita e chi gli è stato vicino dal primo momento e con lui ora condivide la gioia di una rinascita.
Il mal di testa che non passa
La sua è una storia di sanità che ha funzionato. Una di quelle storie che lasciano il segno perché – come ripete al Tirreno – ti insegnano a non dare niente per scontato. È stato lui stesso a decidere di raccontarla scrivendo al Tirreno. Tutto è cominciato con un forte mal di testa che non gli dava tregua da una settimana. All’inizio ha provato a curarlo con normali farmaci poi, dopo aver sentito il medico di famiglia, anche con altre terapie. Ma niente, il dolore non accennava a diminuire, anzi.
La svolta drammatica è arrivata venerdì scorso, quando di fronte a un dolore diventato insopportabile Rizzo ha chiamato il 112 ed è stato trasportato d'urgenza in ospedale. Lì è scattata la macchina dei soccorsi. «Sono stato preso in carico dal personale del pronto intervento e del pronto soccorso con una tempestività, una professionalità e un’umanità straordinarie, a dispetto delle critiche che spesso vengono mosse», ci tiene a sottolineare.
Gli accertamenti fatti con la Tac e la risonanza magnetica hanno portato alla luce una situazione critica. Detto in linguaggio medico: «Una cisti colloidale del terzo ventricolo che stava provocando un idrocefalo ostruttivo acuto sopratentoriale biventricolare. In pratica – racconta – un’occlusione che impediva il regolare flusso dei liquidi all'interno del cranio».
Il trasferimento in Neurochirurgia
Da quel momento Matteo è stato trasferito d’urgenza nel reparto di Neurochirurgia, al terzo padiglione dell’ospedale. Nella giornata di venerdì è stato sottoposto a un delicatissimo intervento chirurgico alla testa per la rimozione della cisti. «L’operazione – può raccontare oggi – è perfettamente riuscita grazie all'eccellenza dell'équipe medica. Ecco perché il mio grazie, immenso, va al professor Orazio Santonocito, primario di Neurochirurgia, e a tutto il suo staff, senza dimenticare il personale infermieristico, gli Oss e le addette alle pulizie. Desidero ringraziarli tutti di cuore per come mi hanno accudito fino a farmi tornare a casa dalla mia famiglia, sulle mie gambe».
Il ritorno a casa e l'abbraccio col figlio
L’odissea è finita ieri, quando l’uomo è potuto tornare dai suoi affetti. L’emozione più grande è stata l’abbraccio con il figlio. «Sono state quattro giornate lunghe, vissute tutte d’un fiato. Quando ho potuto finalmente riabbracciare mio figlio Giulio, di 9 anni, sono crollato con tutte le emozioni che avevo tenuto dentro. È stato uno dei momenti più belli e intensi della mia vita».
Un percorso affrontato con il sostegno di una rete di affetti, che vuole ringraziare uno a uno: «I miei genitori, i miei fratelli, suoceri e cognati, i parenti arrivati da Casole d’Elsa. Grazie ai tantissimi amici di una vita e ai molti colleghi che mi hanno scritto. Ma un pensiero infinitamente speciale va a mia moglie Elisa, una compagna di vita incredibile, che si è spesa senza riserve per sostenermi in un momento così delicato».
Ora può riprendere la vita di sempre. Mentre un pensiero va anche a «tutte quelle famiglie che purtroppo non hanno avuto un epilogo positivo come il mio»: «Sono fortunato a poterlo raccontare. Spesso diamo tutto per scontato, poi accadono cose che rimettono tutto in discussione. Mi sono ritrovato a un bivio: per fortuna ho imboccato la strada giusta e sono qui per poterlo raccontare».
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