Livorno, Stefano Frangerini e il progetto Orti: «Edifici solo sull’1,83% dell’area»
E annuncia di andare avanti: «Siamo aperti al dialogo ma nella legalità»
LIVORNO. «Nella nostra idea, l’impronta dei fabbricati è pari a circa 1.125 metri quadrati, in pratica circa l’1,83 per cento dei 61.450 metri quadrati complessivi». Stefano Frangerini rompe il silenzio sugli Orti di via Goito e lo fa dalla sede dell’azienda, in via delle Corallaie, dove ieri ha convocato una conferenza stampa. Insieme ai figli Chiara e Matteo, ha presentato il suo progetto per il futuro dell’area di circa sei ettari che la Frangerini Impresa si è aggiudicata all’asta per poco più di un milione di euro, ma l’acquisto non è stato ancora perfezionato. E su due aspetti l’imprenditore è subito chiaro. Il primo: andrà avanti. Il secondo: «Frangerini Impresa è aperta al dialogo, ma nella legalità, perché riconosce il valore del dissenso democratico, ma chiede che questo non si sostituisca alla verità dei fatti e ai titoli giuridici. Il confronto pubblico deve essere ordinato e rispettoso di amministrazione e cittadini, nonché fondato su impegni contrattuali chiari e tempi certi».
Un’uscita pubblica arrivata dopo settimane di discussioni, prese di posizione e soprattutto dopo la mobilitazione del comitato che si sta opponendo alla realizzazione dell’intervento. «Ho ascoltato in silenzio per molto tempo», è in sostanza il messaggio dell’imprenditore, che ora ha scelto di spiegare in prima persona cosa intende realizzare. E la definizione sulla quale insiste è quella di «ecoquartiere»: non una semplice operazione immobiliare, sostiene Frangerini, ma un progetto in cui la componente residenziale dovrebbe occupare una porzione molto limitata dell’intera superficie. Il dato dell’1,83 per cento, però, viene accompagnato da una precisazione della stessa Frangerini Impresa: quella percentuale indica esclusivamente l’impronta dei fabbricati e non coincide con il consumo di suolo complessivo dell’intervento. Quest’ultimo dovrà infatti comprendere tutte le superfici artificiali, gli accessi, i percorsi, le pertinenze e le opere accessorie. «L’operazione non è concepita come una semplice edificazione residenziale – sottolinea – . Il suo valore risiede nell’integrazione degli edifici e un sistema ambientale unitario». L’obiettivo dichiarato è quello di trasformare un’area oggi privata in un grande spazio verde capace a disposizione della città: un parco urbano con un frutteto civico, percorsi collettivi e spazi condivisi e inclusivi. L’idea è quella di utilizzare rain garden (giardino della pioggia) e tetti verdi per gestire in maniera più efficace le acque meteoriche, con coperture a verde capaci, secondo quanto riferito dall’impresa, di trattenere fino al 50-70 per cento delle precipitazioni e contribuire così a ridurre il rischio idraulico. C’è poi il tema della mitigazione climatica: alberature e superfici verdi contribuiranno a contrastare l’effetto “isola di calore”, abbassando le temperature, incidendo così anche sulla frequenza delle notti tropicali. Frangerini, per sostenere la propria visione, parte anche dalla storia personale e familiare che l’imprenditore lega direttamente alla sensibilità ambientale, ricordando tra le altre cose il suo ruolo di presidente dell’Associazione ricerche subacquee livornesi. «La tutela dell’ambiente appartiene alla mia storia personale, familiare e imprenditoriale e non costituisce un argomento usato per sostenere questa operazione», evidenzia. Poi rivendica anche che l’azienda ha alle spalle una lunga esperienza sul fronte della sostenibilità e certificazioni ambientali.
Ma al centro della conferenza stampa c’è anche il rapporto con chi quell’intervento lo contesta. «Per la famiglia Frangerini, via Goito rappresenta la possibilità di lasciare a Livorno un progetto capace di unire abitazioni contemporanee, verde, acqua, energia, biodiversità e spazi di relazione – conclude – . Siamo nati e cresciuti in questa città, io stesso abitavo in via Da Verrazzano e andavo a giocare da bambino nei campi oggetto dell’intervento. Qui la nostra famiglia lavora da quasi 120 anni; qui abbiamo formato persone, creato occupazione, sostenuto associazioni, collaborato con istituzioni e prestato servizio alla comunità con serietà e dedizione. È quindi profondamente doloroso vedere attribuite all’impresa intenzioni incompatibili con questa storia. Ma l’amarezza non deve trasformarsi in risentimento: deve diventare un’ulteriore ragione per chiedere chiarezza, rigore e responsabilità».
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