Livorno, dopo tre anni nessun colpevole per lo sparo alla bambina nel parco
Inchiesta chiusa con l’archiviazione dell’unico indagato, Fabio Canaccini. Il “piombino” era conficcato in testa e in ospedale non lo scoprirono subito
LIVORNO. Un caso irrisolto. Un pallino di piombo sparato in un parco giochi, una bambina di 11 anni ferita alla testa, una famiglia che ancora oggi non sa chi abbia premuto il grilletto e un’indagine che, alla fine, non ha trovato risposte. A tre anni di distanza, lo sparo che la sera del primo luglio del 2023 sconvolse il rione di Corea resta un mistero.
L’unico indagato - il maestro dello sport, presidente dell’Atletica Livorno ed ex dirigente dell’ufficio sport del Comune Fabio Canaccini, 75 anni - non c’entrava niente e la sua posizione è stata archiviata: «In quel momento stava cenando con la moglie», scrive la giudice per le indagini preliminari Francesca Mannini.
La vicenda
Era una sera d’estate. Nel parco giochi all’angolo fra via Gobetti e via Mastacchi, proprio vicino casa del pensionato, c’erano diversi bambini. Intorno alle 20,30 la piccola venne colpita alla testa. Il dolore, poi il sangue. All’inizio sembrava una ferita provocata da un pallino di plastica sparato da un’arma giocattolo. L’undicenne venne quindi accompagnata al pronto soccorso, dal quale fu dimessa con tre giorni di prognosi. Ma nei giorni successivi emerse qualcosa di molto più inquietante. Continuava infatti ad avere dolore e i genitori tornarono con lei in ospedale. Gli accertamenti rivelarono che nella testa era rimasto un piccolo proiettile di piombo. I medici, al primo controllo, non se ne erano accorti. Era un "piombino" penetrato nella regione occipitale del cranio e che fu poi estratto. A quel punto cambiò tutto: qualcuno aveva utilizzato un’arma capace di lanciare un proiettile metallico, non certo una "giocattolo". Un gesto potenzialmente letale.
La pista iniziale
Nelle prime ore l’attenzione della polizia si concentrò su un’abitazione di via Mastacchi. Alcune persone presenti nel parco indicarono infatti agli agenti un pensionato che abitava nelle vicinanze, Canaccini appunto. Dissero che gli spari erano partiti da lì. La situazione quella sera era diventata tesissima. La folla, convinta di avere individuato il responsabile, si era radunata davanti alla villa. Ci furono momenti di tensione, con qualcuno che tentò di entrare, lanciando un oggetto in giardino. Gli agenti dovettero riportare la situazione alla calma. Canaccini venne accompagnato in questura e la casa fu perquisita (subito e altre due volte). Lui stesso, fin dall’inizio, si dichiarò estraneo alla vicenda e si mise a disposizione degli investigatori. Venne sequestrata una vecchia Beretta calibro 7,65, che lui custodiva regolarmente, ma che nulla aveva a che vedere con un’arma ad aria compressa capace di sparare i "piombini". L’ex dirigente di palazzo civico raccontò di essere stato in casa con la moglie e di non avere sparato a nessuno. Una versione che ha sempre mantenuto, forte anche delle immagini delle telecamere interne.
Il pallino di piombo
Intanto la Squadra mobile doveva capire da dove fosse partito lo sparo. Il problema era che, nelle prime fasi, l’episodio era stato considerato diversamente. La Scientifica non aveva potuto effettuare nell’immediatezza tutti i rilievi che sarebbero stati utili per ricostruire la traiettoria. Il dato decisivo era arrivato dopo: il proiettile era di piombo. La bambina era stata colpita mentre si trovava nel parco, in una zona dove la linea di tiro poteva arrivare dalle abitazioni circostanti, anche se la casa di Canaccini era a cento metri e forse solo un cecchino avrebbe potuto colpirla (forse con un fucile di precisione). Gli investigatori avevano anche ascoltato i testimoni. Un secondo pallino, trovato nel parco dal padre nei giorni successivi, sembrava poter essere compatibile con quello estratto dalla testa della figlia. Ma non era possibile stabilire con certezza che fosse stato sparato nella stessa occasione. Il quadro, insomma, era inquietante e allo stesso tempo pieno di buchi.
Nessuna certezza
Canaccini era rimasto l’unico indagato per lesioni aggravate, ma la sua posizione è stata archiviata: non sono emersi elementi per attribuirgli il fatto. Per l’uomo, dunque, la vicenda si chiude senza accuse. Per la famiglia della bambina, invece, la domanda è: chi ha sparato? L’inchiesta, infatti, non ha colpevoli. Fra le ipotesi al vaglio, anche se è praticamente impossibile che il caso venga riaperto, l’azione di un ragazzino che abbia sparato all’undicenne con una pistola ad aria compressa.
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