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Livorno

La sentenza

Processo Denny Magina, resi abiti e appartamento: «C’è stata insufficienza di prove»

di Claudia Guarino

	A sinistra il luogo dove è morto Denny Magina, a destra una bella foto del ragazzo livornese
A sinistra il luogo dove è morto Denny Magina, a destra una bella foto del ragazzo livornese

A iter concluso, gli effetti personali vanno alla famiglia e la casa alla Guglia a Casalp. L’avvocato di parte civile che segue la famiglia: «Sentenza con formula dubitativa»

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LIVORNO. Assolti perché il fatto non sussiste in quanto non ci sono prove sufficienti per dimostrarlo. È il riferimento al comma 2 dell’articolo 530 del codice di procedura penale, citato nel dispositivo, ad aggiungere dettagli circa la sentenza con cui la corte d’assise ha dichiarato Hamed Hamza e Amine ben Nossra non colpevoli del reato di omicidio preterintenzionale a loro ascritto a seguito della morte di Denny Magina, volato dal quarto piano di un palazzo popolare in via Giordano Bruno. «Si tratta – spiega l’avvocato di parte civile Andrea Ghezzani, che segue la famiglia Magina – di una formula dubitativa che equivale all’insufficienza di prove» e che sarà sottolineata dalla procura in fase di impugnazione della decisione presa dal tribunale di primo grado. Contestualmente alla sentenza, d’altra parte, la Corte ha ordinato la confisca di una serie di oggetti oltre alla restituzione a Casalp dell’appartamento al civico 8 di via Giordano Bruno e ai genitori di Denny degli abiti del figlio. Ma andiamo con ordine.

Il processo

Al centro del procedimento penale concluso giovedì scorso in Corte d’Assise c’era l’omicidio preterintenzionale del 29enne Denny Magina di cui, come sappiamo, erano accusati in due. Il processo era indiziario, cioè non basato si prove dirette (come video o testimonianze oculari) ma su elementi con valore di indizio. C’era il taglio sotto al labbro inferiore di Denny Magina (per l’accusa causato dall’anello che Hamza aveva al dito quando l’avrebbe colpito con un pungo e per la difesa compatibile con il volo dal quarto piano); c’erano le tracce di argento e platino trovate nella suddetta ferita (per l’accusa riconducibili all’anello di Hamza per la difesa all’asfalto) e c’era il dna di Hamza sotto due unghie della vittima (per l’accusa segno di una colluttazione che per la difesa non è invece dimostrabile).

La sentenza

Durante il processo (prima udienza gennaio 2025) sono state sentite come testimoni le persone informate sui fatti (per esempio le due vicine di casa intervenute per prime in via Giordano Bruno) e i periti delle parti (medici legali, genetisti eccetera). Nell’ultima udienza, dopo la requisitoria del pubblico ministero Giuseppe Rizzo e dopo le arringhe delle avvocate Barbara Luceri (difensore di Hamed Hamza) e Alessandra Natale (difensore di Amine ben Nossra) ecco la sentenza, arrivata a seguito di due ore di camera di consiglio.

Il dispositivo

«La Corte – questo il dispositivo letto in aula dal presidente del tribunale Luciano Costantini – assolve Hamed Hamza e Amine ben Nossra del reato a loro ascritto perché il fatto non sussiste». Alla base del pronunciamento c’è il secondo comma dell’articolo 530 del codice di procedura penale, che così recita: «Il giudice pronuncia sentenza di assoluzione anche quando manca, è insufficiente o è contraddittoria la prova che il fatto sussiste, che l’imputato lo ha commesso, che il fatto costituisce reato o che il reato è stato commesso da persona imputabile». E da qui partirà la procura per costruire l’impugnazione attendendo, comunque, le motivazioni, che sono attese nel giro di sessanta giorni.

Gli oggetti

Oltre alla cessazione della misura cautelare per Hamza, la corte d’assise ha ordinato anche la riconsegna della casa popolare in via Giordano Bruno a Casalp, la restituzione degli abiti di Denny (fino a ora sotto sequestro) alla famiglia e degli anelli ad Hamza, oltre alla confisca di tutta una serie di oggetti consistenti in alcune dosi di droga, cartucce e dei frammenti del giocattolo più volte nominati durante il processo.

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