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Bloccato a Doha senza farmaci, odissea di un malato oncologico toscano: «C’è stato un momento in cui ho avuto paura»

di Martina Trivigno
Il gruppo di livornesi
Il gruppo di livornesi

L’uomo aveva terminato i medicinali: interviene la Farnesina. Verso il rientro il gruppo labronico: «Ma non sapevamo quanto saremmo rimasti qui»

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LIVORNO. Doveva essere solo uno scalo tecnico, poche ore di attesa prima di rientrare in Italia. Invece, per cinque coppie di livornesi, il viaggio di ritorno da Sri Lanka e Maldive si è trasformato in un’odissea. Da sabato scorso, come raccontato dal Tirreno, sono bloccati in Qatar, nella capitale Doha, mentre – dopo l’attacco congiunto di Usa e Istraele contro l’Iran – lo spazio aereo dell’area è stato chiuso e i collegamenti sospesi a causa dell’improvvisa escalation militare nella regione del Golfo.

Il viaggio da sogno

Erano partiti per un viaggio da sogno, tra templi e atolli, ignari che proprio durante lo scalo sarebbe esplosa una nuova crisi armata capace di paralizzare aeroporti e rotte internazionali. L’attacco missilistico che ha innescato la reazione a catena di chiusure e allarmi ha congelato migliaia di passeggeri in transito e, tra loro, anche i dieci livornesi. Ma per il gruppo, l’emergenza non è stata soltanto logistica.

I problemi

A rendere tutto più drammatico è stata la situazione di uno dei componenti, malato oncologico in trattamento chemioterapico, che aveva con sé una scorta limitata di farmaci indispensabili per la terapia quotidiana. Una quantità calcolata sui tempi del viaggio e sul rientro previsto in Italia ma, con il blocco improvviso dei voli, i conti non tornavano più. «Quando abbiamo capito che non saremmo ripartiti, il primo pensiero è stato per lui – racconta la livornese Paola Antonini – . Le medicine stavano finendo e lì abbiamo davvero avuto paura».

Con il passare dei giorni e l’impossibilità di lasciare Doha, i farmaci sono terminati e l’angoscia è salita. «È stato il momento più difficile. Ti senti improvvisamente fragile, in un Paese straniero, con una guerra intorno e senza la tua terapia», spiegano gli amici che hanno condiviso con lui ogni ora di attesa.

Le istituzioni

Una situazione complessa che ha attivato anche le istituzioni locali: il sindaco di Livorno, Luca Salvetti, informato della vicenda, ha inviato una lettera al prefetto Giancarlo Dionisi chiedendo di intercedere con il governo affinché venisse trovata una soluzione rapida, sia sul piano sanitario sia su quello del rientro in sicurezza. Nel frattempo l’ambasciata italiana a Doha ha attivato la rete sanitaria locale e, dopo ore di contatti e verifiche, un ospedale della capitale ha trovato il medicinale necessario, garantendo la copertura terapeutica.

«Quando ci hanno detto che il farmaco era disponibile abbiamo tirato un sospiro di sollievo. È stato come tornare a respirare», raccontano dal gruppo. E nelle ultime ore è arrivata anche la svolta sul fronte del rientro: la Farnesina ha individuato una soluzione per il paziente oncologico e la moglie. Per loro, infatti, è stato predisposto un volo di rientro in Italia, con costi coperti dal ministero degli Esteri, vista la situazione sanitaria e l’urgenza del caso.

Il rientro e il conflitto

La partenza è prevista per oggi, 5 marzo, resta invece ancora da definire nel dettaglio il rientro delle altre quattro coppie, che continuano a monitorare l’evoluzione dello scenario internazionale e le comunicazioni ufficiali. Se da un lato c’è gratitudine per l’intervento sanitario, dall’altro cresce la rabbia nei confronti delle indicazioni ricevute dal ministero degli Esteri. La Farnesina, infatti, ha inviato loro un sms con le possibili opzioni per rientrare in Italia: attraversare il confine via terra, prendere un autobus e affrontare circa otto ore di viaggio nel deserto fino a Riad, in Arabia Saudita, per poi imbarcarsi su un volo verso l’Italia. Un’alternativa che, oltre alle incognite legate alla sicurezza, comporterebbe costi altissimi: in media circa 3mila euro a persona soltanto per il volo da Riad.

Intanto a Doha l’atmosfera resta sospesa. Le sirene, i controlli rafforzati, le notizie che rimbalzano di ora in ora. «Sentiamo gli scoppi in lontananza (a causa dell’intercettazione di missili e droni da parte dei sistemi di difesa aerea del Qatar, ndr) e aspettiamo con ansia gli aggiornamenti – dice ancora Antonini – . Ogni notifica sul telefono ci fa sobbalzare. Viviamo incollati ai siti di informazione e ai canali ufficiali».

I dieci hanno trovato sistemazione in un hotel, a spese del ministero del Turismo del Qatar che copre vitto e alloggio, ma le difficoltà quotidiane si sono sommate con il passare dei giorni. Le valigie, imbarcate per l’Italia, sono rimaste bloccate nello scalo aeroportuale e non è stato ancora possibile recuperarle. «Abbiamo lavato la biancheria nel bagno dell’hotel, stesa sugli asciugamani e sulle sedie – raccontano – . Poi siamo usciti a comprare un paio di cambi, lo stretto necessario. Non sapevamo quanto saremmo rimasti qui». Intanto, nelle stanze dell’hotel di Doha, si contano i giorni, si ricaricano i telefoni, si cercano aggiornamenti. E si stringono i denti. Perché quella che doveva essere la coda di un viaggio da sogno si è trasformata in una prova di resistenza, tra paura, solidarietà e la speranza che presto, finalmente, si riapra la rotta verso casa.

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