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Porto e container, il segretario Filt Cgil Gucciardo: «Non siamo attrattivi»
Il sindacalista livornese dopo l'addio di una linea da Terminal Darsena Toscana: «A Spezia pochi dissidi e noi siamo "comodi"»
LIVORNO. «Se Darsena Europa, come da previsioni iniziali, fosse stata pronta fra il 2024 e quest’anno noi ora ce la staremmo giocando nel mondo per attrarre nuovi traffici marittimi, invece a causa dei limiti infrastrutturali del porto siamo incapaci di fare qualsiasi cosa. Vedo un futuro molto negativo, perché l’insediamento di Donald Trump come presidente degli Stati Uniti, e l’annunciata introduzione dei dazi commerciali, ci limiterà tantissimo, riducendo le navi in arrivo dagli Usa, che oggi rappresentano il 65% dei nostri container. Sulla perdita della linea di “Ocean Alliance” a favore della Spezia c’è poco da dire: purtroppo quella ligure è una realtà molto più stabile della nostra, senza conflittualità o comunque con meno dissidi rispetto a Livorno, e questo inevitabilmente si ripercuote sulle scelte degli armatori».
Un futuro tenebroso soprattutto per via della geopolitica. È quello che vede all’orizzonte Giuseppe Gucciardo, il segretario provinciale della Filt-Cgil, che esprime le sue preoccupazioni e commenta così l’addio di Orient Overseas Container Line da Terminal Darsena Toscana, la principale area contenitori del nostro porto, acquistata un anno fa dal colosso Grimaldi, società nell’ultimo anno più volte accusata da altri operatori livornesi di fare “l’asso pigliatutto”, ospitando anche navi ro-ro in una concessione che prioritariamente deve essere riservata, da piano regolatore portuale, al traffico dei container (ma su questo aspetto, l’amministratore delegato Emanuele Grimaldi, al Tirreno aveva già smentito con forza la ricostruzione dei “vicini”, spiegando di aver intercettato traffici altrimenti diretti altrove).
Gucciardo, perdiamo una linea con gli Stati Uniti a favore della Spezia. Come mai?
«Quando un traffico va via è sempre una perdita, anche se come nel caso di Tdt ne arriveranno di nuovi. Sicuramente i contenziosi in corso sulle banchine non aiutano, la conflittualità territoriale non favorisce nessuno, se non gli altri porti. L’armatore, generalmente, sceglie il territorio che esprime una certa stabilità e la scelta viene attuata anche rispetto a una zona che, negli anni, ha mostrato serenità. La Spezia, innegabilmente, è più tranquilla. Inoltre, La Spezia, dispone di un’infrastruttura più performante e il contesto culturale è molto più “pro labor” rispetto al nostro porto, che più “sudamericano”. Noi siamo più comodi, lo dico sempre».
La Spezia ha una diversa cultura?
«Esatto, la connotazione culturale è importante. Ma a parte questo i problemi sono ben altri». Quali? «I tempi di attraversamento, qui troppo lunghi. Mi spiego: la merce, in Liguria, viaggia più rapidamente e il porto è quindi più performante. Ma in questo caso bisogna assolvere sia gli armatori, che gli imprenditori. Non è certo colpa loro se ci troviamo in questa situazione».
Ci vorrebbe, insomma, la Darsena Europa subito.
«Magari. Quando si parla di miglioramenti infrastrutturali contano i tempi e se impegni masse economiche così importanti non puoi permetterti di aspettare troppo. Nel 2029 potremo avere un nuovo porto che, a livello tecnologico e concettuale, rischia di essere superato. Darsena Europa, infatti, all’inizio era annunciata per il 2024, poi per il 2025 e non molto tempo fa per il 2026. Ora si parla di 2029, un orizzonte temporale ancora lontano. La mia speranza, nonché quella di molti i livornesi, è di vederla prima di andare in pensione e che sia ovviamente performante».
Lei, in merito alla tenuta dei traffici del porto di Livorno, è preoccupato soprattutto dall’insediamento di Trump alla Casa Bianca.
«Sì e questo si ripercuoterà negativamente sull’economia livornese, dal momento che gli Stati Uniti sono il nostro “core business”, rappresentando il 65% del mercato dei container. Un grossista di vini, faccio un esempio semplice, perché dovrebbe continuare a comprare qui la materia prima, pagando più tasse, quando potrebbe rivolgersi a un minor prezzo in Cile, Australia o internamente, magari interfacciandosi con i produttori californiani. Già l’annuncio dei dazi crea problemi, con gli imprenditori che sondano altri mercati, a sfavore del nostro e a sfavore di tutta la catena logistica».
In questo caso, però, a livello locale soluzioni non ce ne sono.
«Ed è proprio questo il problema. Dovremmo provare a intercettare altri traffici, ma non siamo nelle condizioni di farlo perché abbiamo le mani legate dietro alla schiena. Subiamo un’infrastruttura inadeguata, idonea solo in futuro, fra molto tempo».
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