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Livorno, l'assessore nella bufera: la notte in bianco e il pentimento: «Scusatemi tutti, ho sbagliato»

di Federico Lazzotti
Livorno, l'assessore nella bufera: la notte in bianco e il pentimento: «Scusatemi tutti, ho sbagliato»

La giornata più lunga di Simone Lenzi nel tenattivo di spiegare i tweet che rischiano di costargli il posto in giunta: «Non mi dimetto, ma esco subito dai social. Ora vi spiego il significato di quei messaggi»

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LIVORNO. Gli occhi piccoli e rossi di chi ha trascorso una notte in bianco. «Non ho dormito – ammette – perché ogni volta che mi accorgo di aver offeso qualcuno che non volevo soffro. Per quanto mi riguarda far male agli altri è come farlo a me stesso». Le mani nervose che sembrano sempre sul punto di afferrare qualcosa che non c’è. La voce che trema più volte e si ferma a un passo dal precipizio emotivo delle lacrime quando chiede per l’ennesima volta «scusa a tutti: sindaco, giunta e a quelle associazioni che si sono sentite offese dai miei post». Per poi glissare sulle cause di un momento personale difficile. Sottolineare che «non pensa alle dimissioni». E annunciare l’uscita «anche da X (il social dei post finiti nel mirino ndr) , dopo aver già abbandonato da tempo Instagram e Facebook. Così torno un uomo libero». Ma allo stesso tempo esclude di eliminare i messaggi perché «è roba da vigliacchi. Da chi non si prende le proprie responsabilità».

Seduti nella stanza 119, primo piano del Comune vecchio, ci sono un assessore alla Cultura in bilico, un intellettuale in difficoltà rispetto alla divulgazione, condivisione e interpretazione del proprio pensiero sul mondo. Ma soprattutto un uomo pentito. Consapevole di aver sbagliato. Capace di capire che il capolinea rischia di arrivare prima di quanto credesse. E per questo cerca di rimediare per restare a bordo del treno della politica. Un convoglio fiduciario sul quale ha scelto di salire attivamente undici anni fa quando l’allora candidato del centrosinistra Marco Ruggeri lo aveva indicato, alla vigila del ballottaggio – poi perso – con Filippo Nogarin, come assessore in pectore.

La giornata più lunga di Simone Lenzi, teorico del Lungomai, capace di essere scrittore e cantautore di successo, è una corsa contro il tempo per cercare di spiegare, di difendersi, mettendo in pratica la strategia del «mea culpa».

La prima mossa, a metà mattina, è quella di sentire per telefono il sindaco Salvetti e gli altri assessori «dai quali ho avuto manifestazioni di affetto perché mi conoscono». La seconda, dopo aver letto il comunicato al vetriolo dell’Arcigay che chiede le sue dimissioni, di convocare la stampa nel suo ufficio.

«Parto dalla cosa più importante – esordisce – le scuse. Perché quando si sbaglia si deve chiedere scusa». Anche perché «non si fanno questi scivoloni a 56 anni». La traduzione di scivolone arriva poco dopo: «Ho affidato ai social considerazione che avrebbero meritato altri luoghi, altri interlocutori e altri tempi». Al contrario «ho creato imbarazzo». Eppure «voglio parlare di una cosa che mi sta a cuore. Tutti quelli che mi conoscono sanno che amo sopra ogni cosa la libertà, quella di tutte le persone a prescindere dal genere a cui credono di appartenere».

Per argomentare racconta come «in cinque anni siano state approvate con la giunta tante delibere (per i diritti) in cui ho votato convintamente. Questi sono fatti, non solo parole». Sa Lenzi che «tutto questo verrà usato, strumentalizzato e distorto. Questo rientra nel gioco politico. E la politica è diventata questo. Non c’è più spazio per un confronto aperto». Anche per questo, per chiarirsi «ho già chiesto un confronto alle associazioni per chiedere scusa. Visto che sono arrivato a un’età in cui si ha il dovere di rimediare agli errori che si compiono».

Tra l’universale e il particolare il passo è breve. Lenzi cerca di spiegare il tweet che maggiormente ha indignato la comunità LGBTQIA+ commentando una statua intitolata Woman ma con l’organo maschile in evidenza. «Mi premeva dire che non mi piace l’arte che diventa propaganda anche per una causa buona. Perché l’arte è fonte di domande, non di risposte. Quello che non piaceva di quella statua - prosegue - era di essere didascalica. Questa non è funzione dell’arte ma della predica. Ecco qual era l’intento». L’altro messaggio contestato riguarda il regolamento dell’università di Trento per usare il genere femminile. «Volevo porre l’attenzione sul linguaggio che non cambia attraverso decreti ma attraverso il libero scambio dei parlanti. In sintesi conclude: «Sono stato stupido. Affidando ai social temi che non devono essere affidati ai social. Adesso spero che la cosa si ricomponga».

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