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L'intervista

Drone per consegnare la droga in carcere a Livorno: «Sparare un segnale radio, ecco come fermarli»

Marco Meini con un drone
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Marco Meini con un drone

L’esperto Marco Meini: per proteggersi servono dispositivi che costano migliaia di euro. Possibili anche "reti" per catturare i corrieri volanti

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LIVORNO. «Intercettare i droni non è semplice, ma i sistemi di difesa esistono e costano qualche decina di migliaia di euro. Un metodo possibile per neutralizzarli, ma serve la presenza di un operatore, è “sparare” contro il dispositivo in avvicinamento un segnale ad altissima potenza che lo disturba, facendogli perdere il segnale radio, costringendolo quindi ad atterrare nel punto esatto dove è stato colpito, visto che il dispositivo non “sente” più il pilotaggio da remoto e, per come è programmato, torna al suolo. In questo modo, penso ad esempio alle carceri, si evita la consegna di merce sospetta, come può essere un telefono o della droga».

A parlare è il rosignanese Marco Meini, consulente in materia di sicurezza sui droni, già al timone di una start-up tecnologica, la Til. Il professionista, in passato, ha tenuto diversi corsi sul tema ed è fra i massimi esperti nel settore.

Meini, è possibile intercettare i droni per evitare che consegnino qualcosa di illegale in luoghi sensibili come le carceri?

«Non è facile, ma si può fare. Una difesa, quella che irradia il segnale radio per disturbarli, si chiama “jamming”. L’alternativa è “sparare” piccole reti contenitive con una specie di bazooka, che catturano il drone, ma quest’ultimo metodo è efficace solo a distanze di poche decine di metri. In ogni caso parliamo di dispositivi molto piccoli e veloci (viaggiano a 30-50, fino a 100 chilometri orari), quindi prima vanno localizzati, poi si può procedere a tentare di neutralizzarli».

Si possono usare droni comuni per queste consegne?

«Sì, quelli per fare foto o video. Di default, con le impostazioni di fabbrica, in luoghi sensibili come carceri o aeroporti non entrano, perché dalle mappe li riconoscono come vietati e il volo viene inibito. Ma da uno specialista possono essere modificati, se non costruiti da zero in modo artigianale, ma efficace».

Così la protezione di fabbrica viene meno.

«Esatto».

Da che distanza possono essere pilotati?

«Anche da 500-1.000 metri in ambito urbano».

A questo punto non restano che le soluzioni passive.

«Sì, il “jamming” o altri dispositivi per far precipitare il drone. Non è facile riuscire a localizzarli, soprattutto la notte, anche perché sono silenziosi. Sono in commercio microfoni e telecamere termiche ad alta risoluzione specializzate in questo, ma il rumore e l’immagine restituita sono segnali molto deboli, quindi non per forza funzionano. In alternativa, attraverso un’analisi dei segnali radio, si possono captare le onde, ma viaggiano a una frequenza usata anche da altri apparati, come i telecomandi dei cancelli o altri dispositivi radio di uso comune. Per abbatterlo bisogna direzionare la difesa passiva (generalmente un’antenna elicoidale) contro il drone. Ci sono anche altri metodi come delle reti sparate da dispositivi portatili che li ingabbiano, riuscendo ad abbatterli, ma funzionano solo su brevi distanze».

Insomma, non è semplice. Inoltre serve sempre un operatore presente.

«Un mix fra personale e sistemi automatici di difesa, serve un lavoro molto preciso».

Ci sono anche tecnologie in ambito militare?

«Sì, ma non le conosciamo. Per ora dobbiamo tenere conto di quelle civili. Negli ultimi anni i droni, modificati proprio a questo scopo, si sono diffusi. Le difese vanno di pari passo, ma lo ripeto: non è facile riuscire a intercettarli. Sono dispositivi quadrimotore, che possono stare anche fermi in cielo, che si posizionano sopra il bersaglio e sganciano ciò che trasportano. Chi li pilota, inoltre, ha una visione complessiva del tragitto attraverso la telecamera di bordo e, generalmente, sa cosa deve fare». l

S.T.

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