Italia
Inchiesta Peiani, le intercettazioni: «È un casino, non torna più un c...». Le dritte ai collaboratori per aggirare le regole
Il patron di Uappala Hotels era intercettato nel suo ufficio dai militari della finanza. Insieme ai suoi collaboratori «cercava di dare meno documenti all’ispettorato». La procura ipotizza un’associazione per delinquere finalizzata a truffe bancarotta e fatture false
LIVORNO. «È un casino, un bordello. Fatti dire quali contratti sono stati mandati altrimenti non torna più un caz…». Siamo all’inizio del 2020 quando le “cimici” della guardia di finanza intercettano nel suo ufficio il fondatore e procuratore speciale di Uappala Hotels, Mirco Peiani, indagato per essere fra i promotori di una presunta associazione per delinquere in ambito turistico-alberghiero finalizzata alla truffa ai danni dello Stato, all’emissione e utilizzazione di fatture per operazioni inesistenti e alla bancarotta. Accuse – sono le più gravi nell’ambito di un procedimento penale che vede nove persone iscritte nel registro degli indagati – che condivide con il trentottenne di Nola (in provincia di Napoli) Alessandro Pastorino, con il quarantatreenne napoletano Vincenzo Ambrosino (amministratori di fatto, secondo la procura, delle società di Jfb srls, Li.So. srls e Work Up srls) e con il sessantunenne Ciro Quaranta, originario di Grottaglie (Taranto) e residente a Milano, definito legale rappresentante di Vacanza italiana srl dal 4 luglio al 9 dicembre 2019.
«Buttiamoci gli appalti»
A parlare – lo si evince dalle quattro conversazioni intercettate dagli inquirenti, che sono alla base dell’inchiesta che ha portato al sequestro di dieci milioni messo a segno dai finanzieri anche per «aver impiegato irregolarmente oltre 2.600 lavoratori in tutta Italia», si legge in una nota del comando provinciale delle fiamme gialle – è Peiani, 57 anni, mentre l’interlocutore è Ambrosino. «Per richiedere la raiteizzazione tramite Equitalia – spiega quest’ultimo – bisogna buttargli qualche appalto sopra… per attivare i flussi…». In un altro passo della conversazione, a proposito di una nota di credito, l’imprenditore livornese spiega di non farla «tanto l’Iva quando la paghi è sempre contento lo Stato…». «Un’ultima cosa – dice ancora Peiani ad Ambrosino, sulla riattivazione della società Jfb – il piano? Che ieri ho litigato anche con il mio avvocato...». «Allora eccolo qua, allora...», risponde Ambrosino. «Decidiamo quello che s’è detto l’altra volta, così vediamo se fa passà dell’animazione dentro quello... qualcosa per riattivarla in modo che abbia dei flussi sennò è un casino». Poi, Ambrosino, spiega di aver parlato con un consulente, il quale «ha detto di riportare la sede legale a Napoli, cambiando anche l’amministratore, poi faranno fare un estratto di ruolo a Equitalia, poi chiudono il debito e una volta chiuso...».
Le accuse
Uno dei meccanismi, secondo gli inquirenti, era questo: non versare oneri sociali e tributi allo Stato che spettavano ai lavoratori assunti e reinvestire quel risparmio – pari a quasi due milioni – per l’acquisto di altre attività economiche e immobili di pregio attraverso un’interposizione fittizia: in pratica facendo gravare su alcune società (dichiarate fallite) ingenti debiti verso l’erario.
«È facile cogliere un accordo fra le parti volto a esibire all’Ispettorato del lavoro, che in quel momento stava svolgendo un controllo su Work Up – scrive il giudice per le indagini preliminari Marco Sacquegna – meno documentazione di quanta disponibile e, ancora peggio, a creare documenti ad hoc al fine di giustificare fatturazioni (e pagamenti) maggiori rispetto a quanto riportato nei contratti di appalto già stipulati ed esibiti allo stesso ispettorato. Dunque, ecco che anche in un momento di difficoltà tutti si attivano, sempre sotto la direzione del capo indiscusso Peiani, per trovare le soluzioni necessarie a superare un possibile pericolo per il sodalizio criminale. Addirittura, gli stessi, si accordano anche sulle modalità con le quali detta documentazione dovrà essere scambiata per darle sembianze di veridicità».
Nel registro degli indagati compaiono anche le società Calipso, Cortina Resort, Tuscany Wellness & spa, Turismo Italia, Vacanza italiana, Uappala Hotels e Consorzio Acquisti Italia, con sedi fra Livorno, Milano e Villamagna (provincia di Chieti, in Abruzzo).
Danno all’Inps
Secondo il tribunale «il danno creato all’Istituto nazionale della previdenza sociale dalla condotta integrante il reato di truffa è pari ai contributi non versati da parte di Jfb, Li.So e Work Up, pari a 1.944.689,64 euro». Mentre l’imponente sequestro del giudice per le indagini preliminari , articolato su diversi indagati, è stato disposto «al fine di impedire non soltanto altri reimpieghi illeciti con reiterazione del delitto di autoriciclaggio, ma anche per neutralizzare il rischio di dispersione di tali risorse economiche lucrate illecitamente».
«Milita nel senso del pericolo – prosegue il giudice Sacquegna – a ben vedere la stessa articolatissima architettura degli illeciti perpetrati e l’abilità degli indagati nel darle vita, la quale dimostra che non può farsi alcun affidamento sul fatto che la consistenza dei patrimoni delle società coinvolte e di quelli personali degli indagati vengano mantenuti intatti nel momento in cui il procedimento penale vedrà il suo sviluppo e non siano invece probabile oggetto di attività tese a nascondere tali valori o a sottrarli alle ragioni di giustizia».
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