Beppe Vessicchio a Livorno, il Maestro innamorato della città: «Mi ricorda casa. La mia musica tra vino e natura»
Il direttore d’orchestra ospite al talk con Grazie Di Michele: «Vi racconto l'evoluzione delle canzoni e degli artisti»
LIVORNO. Musikè è una parola che deriva dal greco e indicava l’arte delle Muse, protettrici delle arti. Parola scelta come titolo al talk che, mercoledì 31 luglio alle 21 accenderà piazza del Luogo Pio (accesso gratuito), vedrà protagonista Peppe Vessicchio, intervistato da Grazia Di Michele, nella cornice di Effetto Venezia. Direttore d’orchestra e arrangiatore, Peppe Vessicchio è un noto volto televisivo, soprattutto per le sue numerose partecipazioni al Festival di Sanremo, dove però quest’anno non c’era. A Livorno arriva per dialogare e fare un excursus sul significato e il senso della musica, risalendo alle sue forme primordiali.
Maestro, Musikè è anche il nome che ha scelto per la sua cantina, che affina il vino in musica, con Riccardo Iacobone. Che valore ha questa parola e perché l’ha scelta per il talk?
«È l’italianizzazione del termine greco, usato per indicare le rappresentazioni che avvenivano a margine degli incontri religiosi, che alludevano alle muse. La parola musica, poi, è diventata universale. La musica più importante è quella che genera la natura che ci circonda, con tutti i suoi equilibri. Anche il vino e l’olio hanno dato risposte interessanti alle sollecitazioni di specifiche polifonie. Del resto, più suoni insieme fanno una comunità e il modo in cui una comunità interagisce può essere determinante per il benessere di tutti. È un concetto olistico, che mi ha ridato entusiasmo verso il linguaggio musicale».
Quanto è importante risalire alle origini della musica per affrontare quella attuale?
«Bisognerà aspettare un po’ di tempo per capire cosa sta accadendo oggi musicalmente, lasciare che passi in un setaccio e vedere cosa resta. Durante il talk ci saranno anche filmati e brani a cui mi sono associato in tanti anni: ci accorgeremo quanto quei brani facciano parte della memoria collettiva, perché hanno passato il setaccio. Basti pensare che anche i giovanissimi che seguono la trap o il rap si ritrovano a cantare Battisti».
Quali sono invece le sue origini con la musica. Come è cominciato tutto?
«È nato tutto in famiglia, quando avevo 5-6 anni ammiravo mio fratello che suonava la chitarra o la fisarmonica, anche se poi ha fatto tutt’altro nella vita. Fu mio cugino, però, ad avviarmi alla musica e, dopo un percorso da autodidatta, sono arrivate tante esperienze. Tra queste, la tv occupa un posto importante: nella tv di metà anni Ottanta veniva richiesta la capacità di spaziare in tutti i generi, quindi è stata una scuola enorme per me; ho avuto la possibilità anche di sbagliare».
A Effetto Venezia ritroverà Grazia Di Michele in una veste nuova, quella di direttrice artistica: che rapporto ha con lei?
«Ci siamo conosciuti anni fa a Sanremo, poi abbiamo collaborato ad Amici. Penso che lei abbia mantenuto la rotta del cantautorato consapevole, che ha voglia di indagare sé stesso per metterlo a disposizione degli altri. Guardando il cartellone di Effetto Venezia riconosco la coerenza di Grazia, una linea che vuole informare dell’esistenza di una serie di posizioni che stanno tra il sociale e l’individuale, tra la personalità dell’artista e la sua relazione con il mondo che lo circonda».
E di Livorno che cosa apprezza?
«Livorno è fatta dai livornesi, in questo assomiglia alla mia Napoli. C’è un’interazione molto forte tra territorio e persone. C’è una cosa che mi ha colpito molto di Livorno: la storia del brodo di sassi. Fa capire come nella povertà più assoluta c’è sempre un modo per andare avanti e gioire».
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