Il Tirreno

Livorno

Il reportage

L’Appartenenza labronica è in via Frank. Il 406565, gli scozzi infiniti e la signora Nina: così rinasce un “campetto” speciale

di Flavio Lombardi

	La foto di gruppo con il sindaco Salvetti al centro
La foto di gruppo con il sindaco Salvetti al centro

Livorno, a Colline rimesso a nuovo il parco col campo da calcetto a sette e il bocciodromo. Bruno Rotelli: «Siamo partiti in tre, poi si sono aggiunti altri che nemmeno conoscevo»

07 luglio 2024
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LIVORNO. «È il nostro campo, ricordo di tante partite e voglia di stare insieme che parecchi ragazzini di allora avevano. Adolescenti, diventati poi uomini e che sono rimasti sempre amici. Si potrebbe anche dire che uno dei semi che a distanza di tanti anni ha finito con il germoglio che tutti conoscono col nome di Appartenenza Labronica, è questo».

A parlare del tempo in cui l’Italia di Bearzot era ancora impegnata nel girone di qualificazione per i mondiali, chiudendo la classifica al secondo posto dietro la allora Jugoslavia, è Riccardo Berni. Tutta colpa, si afferma, di Salvatore Mattia, un professore di applicazioni tecniche delle Borsi, le medie dove i ragazzi frequentavano quasi tutti la terza H. Una passione per il pallone e la decisione di individuare come base per le sfide domenicali il campino di via Anna Frank. Incolto, con una porta di legno acciaccata e l’altra ormai di fantasia, perché c’era rimasto solo un palo. Per 30 anni a seguire, scorrendo rapidamente la vittoria del Bernabeu, le delusioni del Messico e delle Notti magiche, i rigori assassini di Pasadena nella finale con il Brasile, l’eliminazione sempre dal dischetto degli azzurri di Maldini con la Francia. Giovanotti, poi uomini, e le responsabilità che crescono quando si diventa padri e, qualcuno ora anche nonno. Giocano ancora. Non lì, ma col medesimo entusiasmo di quei momenti. Ricordando sempre il prof, e le immagini nitide e a colori di un pezzo di terra con qualche ciuffo d’erba qua e la, un gruppo di amici e il loro insegnante. Severo in classe, ma uno di loro quando il bidello suonava la campanella all’ultim’ora del sabato. «E quando eravamo tutti già al campo – riprende Berni – se vedevamo che tardava il suo arrivo, di corsa si andava alla cabina telefonica qui vicina per chiamarlo e farlo venire. Ricordo ancora il numero: 406565, non si faceva a quell’epoca il prefisso per le conversazioni urbane».

Alle 8 e fino alle 11, una partita lunga tre ore. Lui faceva le squadre che ad oggi, proprio come se fosse ancora con loro, sono rimaste le stesse. Da allora, sono rimasti uniti, un capolavoro creato da questo insegnante, forse senza rendersene conto. Gli “scozzi” sono proseguiti, ma altrove negli ultimi 20 anni. Girando impianti cittadini, ma anche del Calambrone. Ma c’era sempre quel filo, quel cordone ombelicale che li teneva legati a questo posto. Passando con la macchina, impossibile non voltarsi in quella direzione, vedendolo di nuovo abbandonato, rilevando il periodo in cui era diventato ritrovo per tanti ragazzi di colore con la voglia di correre dietro ad un pallone. Poi, di nuovo trasandatezza, degrado.

Il campino è tornato a splendere e anche i “nerini” si sono di nuovo affacciati, dando il loro contributo. I frammenti vividi di certe mattine invernali, fredde di quando il respiro affannoso per la corsa crea vapore acqueo. E poi, la nevicata dell’85, il campo tutto bianco che costrinse a utilizzare un pallone arancione. Come abitualmente nelle partite del nord Europa. Un appuntamento domenicale buono anche per i residenti. Che dalla finestra osservavano. Qualcuno addirittura ad esortare i protagonisti con un «passala», «tira», «che brodo!» , preparando il dizionario del criticone se alle 14,30 c’era da andare allo stadio per vedere il Livorno. Bravi ragazzi, anche quando è capitato di rompere il vetro di una finestra 30 metri dietro la porta. Tante scuse, e sostituzione pagata facendo la colletta. «Siamo partiti in tre inizialmente – dice Bruno Rotelli, anima di Appartenenza Labronica – poi si sono aggiunti altri che nemmeno conoscevo. Un vero moto di accoglienza specialmente da parte di tanti anziani». Come la signora Nina, che per l’inaugurazione neppure è scesa dal quarto piano del condominio. Non ama i riflettori e nemmeno i complimenti che le avrebbero fatto. Ma questa donna di 85 anni, ogni mattina per i due mesi di ristrutturazione, ha portato schiacciata e fette di dolce ai ragazzi. Perché suo marito era fra quelli che un tempo si occupava di fare un po’ di volontaria manutenzione, ma ora non c’è più.

Il parco è in adozione ad Appartenenza Labronica, i cancelli sono rimessi a nuovo. Viene aperto e chiuso dai dipendenti del Comune, ma a vigilare saranno sempre Rotelli e gli altri. Campino per partite massimo sette contro sette, un pallaio con fondo per le bocce, presto giochini per i più piccoli. Un’oasi di aggregazione. Apprezzata da due ragazzi del sud e dal fisico atletico che risiedono a pochi metri. Hanno capito al volo l’importanza del progetto, sono andati alla sede, si sono fatti soci e poi hanno prestato pure loro le braccia per fare quel che occorreva. Ritorno al passato, ma anche al futuro. Guardi il muro, rimesso a nuovo e sul quale pitturate appaiono le scritte “Colline” e “Livorno è la mia città” e respiri aria pulita. E poi, l’arrivo del sindaco che ha ricordato come il degrado qui è ormai pari quasi a zero dopo lo sgombero degli abusivi all’ex “ Coppina”, mentre Marco Buldrassi allestiva il suo spettacolo da clown.

Tanta felicità, senso di partecipazione. Qualcuno ha restituito un patrimonio rubando tempo alla famiglia e mettendo mano al portafogli. Una data da ricordare, una via intera scesa per strada, un quartiere che vigila. Piccole cose, grandi obiettivi, un esempio per tutti da imitare.

 

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