Telecamere rotte da sette anni: nel carcere delle Sughere di Livorno è allarme sicurezza
Il “cervellone” è nei seminterrati allagati nel 2017 dall’alluvione, l’ex direttore Mazzerbo: «I soldi furono stanziati ma nonostante le mie sollecitazioni nessuno le ha sostituite»
LIVORNO. Le telecamere, nel carcere delle Sughere, non funzionano da sette anni. Dalla terribile alluvione del 2017, che in città ha provocato otto morti e un’immensa devastazione. Mettendo in crisi anche le misure di sicurezza del penitenziario, dato che il “cervellone” del sistema di videosorveglianza interno, fondamentale per evitare la fuga dei detenuti, si trovava nel seminterrato allagato. «Purtroppo – ricorda l’ex direttore del carcere, Carlo Mazzerbo, candidato in consiglio comunale per “Prospettiva Livorno” – nonostante i soldi già stanziati e le mie sollecitazioni a Roma, da allora niente è cambiato». Ed è anche grazie a questa falla che sabato scorso, 22 giugno, dai “passeggi” del reparto dell’alta sicurezza, è fuggito il trentaseienne Umberto Reazione, poi catturato su un treno prima di raggiungere la stazione di Roma Tiburtina.
Le falle
Le telecamere fuori uso hanno consentito al detenuto di Pozzuoli – ritenuto vicino al clan camorristico Longobardi-Beneduce, che con picconi e fucili minacciava le vittime e chiedeva il pizzo sui videopoker – di scavalcare un muro di cinta non presidiato e privo del sistema di allarme anti-scavalcamento, senza che nessuno lo vedesse. E senza che nessuno se ne accorgesse per un’ora: un vantaggio temporale che, se il trentaseienne avesse preparato la fuga nei minimi dettagli con dei complici all’esterno, sarebbe forse risultato decisivo. Ma che invece gli è servito a poco, visto che è salito su un regionale senza biglietto e il capotreno, riconoscendolo grazie alla foto pubblicata anche sul sito del Tirreno nelle immediate ore successive alla fuga, ha chiamato la polizia ferroviaria e lo ha fatto arrestare. Il sistema anti-scavalcamento è un’altra falla importante per proteggersi contro le evasioni, unita alla mancanza di presidio dei muri di cinta provocata dall’enorme carenza di personale di polizia penitenziaria di cui, anche le Sughere, soffrono. «Un sistema di videosorveglianza efficiente – commenta Mazzerbo – consentirebbe anche una turnazione migliore degli stessi agenti, che potrebbero concentrarsi sui compiti più importanti. È chiaro che l’occhio umano è migliore di quello elettronico, ma le telecamere ti “indicano” dove guardare con attenzione, rappresentano un aiuto fondamentale».
«Soldi già stanziati»
Per altro, secondo Mazzerbo, «i soldi per riattivare il sistema di sorveglianza sono già stati stanziati». «Da quando è andato in tilt a causa dell’alluvione – le sue parole – ho sollecitato più volte il ministero della Giustizia a prendersi carico della questione, ma niente è cambiato. I contratti sono nazionali, spesso gli interlocutori a Roma cambiavano, quindi niente si è mosso. Lo stesso discorso vale per l’area trattamentale, fondamentale perché qui vengono rieducati i detenuti, con i lavori che sarebbero dovuti iniziare prima del mio pensionamento, l’anno scorso, ma che ancora sono al palo. È un peccato, visto che gli spazi attualmente sono ridotti e inidonei a fare un buon lavoro. Purtroppo le carceri italiani non rieducano, tanto che il 75% delle persone che poi tornano libere continuano a delinquere».
Gli altri gravi problemi
La mancanza di spazi per rieducare i detenuti, senza ombra di dubbio, amplifica i gravi problemi già esistenti alle Sughere, come riconosciuto dallo stesso successore alla direzione, Giuseppe Renna. Per altro, proprio dopo l’evasione di Reazione, sono state provvisoriamente sospese tutte le attività esterne nei reparti d’alta sicurezza, decisione che si teme possa provocare tensione fra la popolazione carceraria.
«A mio parere nei penitenziari dovrebbero essere recluse solo le persone pericolose, dobbiamo concentrarci sulle pene alternative – prosegue Mazzerbo – Oggi, invece, in cella troviamo gente con problemi psichiatrici e tossicodipendenti, che dovrebbe essere aiutata altrove. Molti sono stranieri: sento anche parlare, con frequenza, dei detenuti di nazionalità estera rimpatriati nei loro Paesi. Una volontà affermata da tanti ministri, ma non è mai cambiato nulla. Purtroppo ciò che è mutato è il clima interno alle carceri: è pessimo, le persone vivono male e non godono spesso dei diritti fondamentali, motivo per il quale poi si sono verificati suicidi o aggressioni. Nel mio piccolo, sia a Livorno che a Gorgona, ho cercato di trattare queste persone da uomini e le risposte erano eccezionali: ancora oggi incontro ex detenuti che ricordano positivamente il periodo trascorso sull’isola, nonostante fosse detentivo. Poi ci sono le sindromi da burn-out nei poliziotti e non solo. Pensare che alle Sughere gli agenti non hanno nemmeno una caserma, è da 15 anni che è chiusa: anche in questo caso i soldi erano stati stanziati, ma niente si è mai mosso nonostante gli appelli al ministero. A loro, come al direttore Renna e a tutti gli operatori, va la mia solidarietà».
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