Se ne parla adesso
Da Livorno, rione Pontino, a Collesalvetti in bicicletta, le battaglie del sindaco scomodo
Macchiavello Macchi: antifascista e perseguitato, costruì il poliambulatorio e favorì il lavoro delle coop locali. Irrequieto ma di grande caratura morale
LIVORNO Sono passati più di sessanta anni dalla scomparsa di Macchiavello Macchi, antifascista e sindaco di Collesalvetti. Eppure il suo ricordo è ancora vivo sia in quel comune sia nel Pontino, il popolare quartiere livornese dove ha vissuto per tanti anni esercitando il mestiere di fabbro. Da qui partiva in bicicletta per recarsi in Municipio a Colle, con un pentolino attaccato alla canna che conteneva un frugale pasto. E tuttavia Macchiavello non è stato soltanto un bravo amministratore ma anche un indomito antifascista, un partigiano, un giornalista con una spiccata vis polemica.
Un comunista vero
Era un uomo dalla incrollabile fede negli ideali del Comunismo ma per nulla dogmatico, anzi intriso di uno spirito libertario che spesso mal si sarebbe conciliato con le asprezze e le regole del “centralismo democratico”. Macchiavello nasce a Colognole il 20 agosto del 1892 in una famiglia di mezzadri di profonda fede cattolica. Appena conseguita la licenza elementari va a fare l’apprendista nella bottega di fabbro del fratello Mario. A soli sedici anni si iscrive al Psi del Gabbro e comincia a collaborare con i dirigenti socialisti di Colle, in particolare con Goffredo Lepori, poi sindaco e vittima dei fascisti e con Egidio Savi, storico militante di Vicarello. Nel 1917 sposa Gina Gambaccini che gli darà tre figlie, Vera, Alba e Sia. L’anno successivo rifiuta la chiamata alle armi e viene arrestato per diserzione. Condannato a sei mesi di reclusione è ospite delle carceri di Arezzo, Firenze e Verona.
Il biennio rosso
Sta iniziando il cosiddetto “biennio rosso”, un periodo di grandi lotte e di epici scontri durante il quale crescerà anche il successo elettorale del Psi che a Livorno otterrà un risultato memorabile. Intanto Macchi e Savi vengono eletti nel consiglio comunale di Collesalvetti e, di lì a poco, sono nominati assessori nella giunta presieduta dal sindaco Alfredo Panicucci. Entrambi sono tra i fondatori del Partito comunista alla scissione del Goldoni. Nel 1921 anche nel colligiano iniziano le prime scorribande delle squadracce fascista che, proprio a Colognole, fanno la prima vittima uccidendo il giovane comunista Emo Mannucci. Anche Macchiavello poco tempo prima era stato aggredito e pestato a sangue presso Il Crocino da un manipolo di fascisti armati di manganelli e “stoccafissi” (sic) . Da lì in poi egli viene continuamente diffidato e perseguitato e, anche su consiglio di Ilio Barontini, segretario dei comunisti livornesi, decide di trasferirsi a Roma anche per seguire al meglio i contatti con il vertice del Partito. Nella capitale si impiega come fabbro presso l’Officina Piperno e, al contempo, trova il modo di collaborare con L’Unità e stabilire frequenti contatti con dirigenti come Girolamo Li Causi e Ottavio Pastore. Arruola addirittura la giovane figlia Vera per recapitare in gran segreto delle riservatissime missive a casa di Antonio Gramsci. Tesse inoltre una rete di rapporti con i compagni dei Castelli Romani e mantiene sempre stretti legami con i comunisti livornesi. Tanto attivismo non passa inosservato e il 6 maggio del 1928 Macchi viene arrestato insieme a diversi prestigiosi dirigenti del Pci, come Terracini, Roveda, Scoccimarro e lo stesso Gramsci.
Il carcere e lo studio
Viene condannato a quattro anni di reclusione e tre di libertà vigilata, lasciando la famiglia in gravi condizioni economiche e con la moglie che, nel frattempo, si è seriamente ammalata di cuore. Viene recluso a Bologna e poi a Castelfranco Emilia dove suo compagno di prigionia è Celeste Negarville, in futuro sindaco di Torino. In carcere studia intensamente anche con l’aiuto di intellettuali e dirigenti prestigiosi come appunto Terracini e Negarville. Sconta l’intera pena e, dopo la morte della moglie Gina avvenuta nel 1933, rientra finalmente a Livorno e apre la sua bottega di fabbro in via Solferino. Il suo primo apprendista sarà il giovane Augusto Simoncini, in futuro storico dirigente del Pci livornese. Nel Pontino, sotto la guida di Ilio Barontini, contribuisce a formare una organizzazione clandestina del Partito. Conosce un nuovo amore e sposa così la giovane Giuseppina Gragnani che nel 1940, gli darà il primo figlio maschio, Marzino, in seguito fondatore e anima del Comitato per la valorizzazione del Risorgimento. È di nuovo e più volte arrestato: nel 1942 incontrerà ai Domenicani le nuove leve del Pci livornese, i giovanissimo Bino Raugi, Nelusco Giachini e Vincenzo Pucci. “Ecco i miei bimbi” così li accoglie Macchiavello. Nel 1943 Macchi è l’unico a non alzarsi in piedi quando al Teatro Lazzeri vengono eseguiti gli inni di rito e questo gli costa altri mesi di carcere. Dopo la scarcerazione è ben presto ricercato dai nazifascisti ma riesce sempre a sfuggire alla cattura. Intanto organizza i primi nuclei armati partigiani sulle colline livornesi e attorno alla pianura dell’Arno con Danilo Conti, i fratelli Giaconi e Sante Danesin. Sfugge per miracolo ai mitra tedeschi presso la villa Baiocchi di Antignano e, una volta liberate Livorno e Collesalvetti, fa parte del Cln del Comune collinare. Su mandato di questo organismo diviene sindaco di Collesalvetti e inizia a lavorare per risolvere i problemi di una comunità duramente provata dalla guerra e con una sovrappopolazione dovuta allo sfollamento dalle città vicine. Il sindaco si prodiga per reperire grano e farina, fa costruire il poliambulatorio, organizza il trasporto per gli ammalati, si presta per favorire il lavoro delle cooperative locali. Partecipa attivamente alla vita di partito anche se comincia ad avvertire un certo disagio verso i metodi di direzione del Pci livornese, arrivando anche ad un acceso scontro dialettico con Ilio Barontini. Macchiavello non si sente appieno considerato. È inoltre molto critico sull’organizzazione del movimento cooperativo e sulla gestione della stampa di partito, alla quale peraltro lui contribuisce fondando e dirigendo il periodico “Vita del Comune”. Non mancano poi questioni eminentemente politiche sulle quali dissente con i vertici nazionali come l’amnistia per gli ex fascisti o la soluzione data all’articolo 7 della Costituzione. In seguito anche sui fatti d’Ungheria del 1956 non nasconderà una sua chiara avversione per l’intervento sovietico assumendo una posizione simile a quella di Giuseppe Di Vittorio. Rieletto Sindaco nel 1946 continuerà a svolgere il suo mandato con il quotidiano pendolarismo ciclistico su e giù da Via Solferino a Collesalvetti. Come molti altri sindaci comunisti egli è nel mirino della Prefettura e del ministero dell’Interno che lo sanzioneranno per aver issato il tricolore sul Comune nell’anniversario della presa di Porta Pia e sul terrazzo del Municipio in occasione della Festa de L’Unità. Su iniziativa del Ministro Scelba Macchi viene così rimosso da sindaco con uno specifico decreto. Egli nutre la sensazione di non essere sufficientemente difeso dalla Federazione provinciale ma raddoppia il suo attivismo dividendosi tra la sezione del Pontino e il partito colligiano e intensificando il suo apporto a “Vita del Comune”. Alle elezioni del 1956 viene rieletto consigliere comunale con una messe di voti anche se gli viene negata la posizione di capolista. Il suo incessante richiamo alla democrazia interna e la sua strenua difesa del giornale da lui fondato che, invece, inopinatamente chiuso, lo fanno apparire come uno spirito irrequieto e, per certi versi, scomodo. Tutto ciò lo amareggia ma non indebolisce il suo lavoro di militante sempre pieno e appassionato. La sua intensa vita di sacrifici e di impegno logorante gli presenta il conto quando, il 3 giugno del 1960, un’emorragia cerebrale lo stronca a poco più di 68 anni. Il suo funerale, in un tripudio di bandiere rosse, registra la presenza di migliaia di cittadini. Nessuno si era dimenticato di un uomo di così grande caratura morale. l
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