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Livorno, bambino ucciso giù per le scale: «Madre in grado di intendere». Cosa è successo quella mattina di agosto
Depositato l’esito della consulenza psichiatrica disposta dalla procura sulla trentottenne. La donna è in carcere per l’omicidio del piccolo di appena due anni e mezzo
LIVORNO. «Al momento dell’omicidio era in grado di intendere e di volere». Il consulente della procura non ha dubbi: la parrucchiera cubana di 38 anni Damaris Kindelan Ballester, dal settembre scorso nel carcere femminile di Pisa per aver gettato e ucciso il figlio di due anni e mezzo dal condominio di via del Bosco 32, non avrebbe avuto alcun vizio di mente quando ha tolto la vita al suo bambino, Marcos Del Mar Ferrero. Sono le conclusioni alle quali è arrivato, dopo la perizia psichiatrica disposta dal sostituto procuratore Giuseppe Rizzo, il professor Rolando Paterniti, direttore dell’unità operativa di psichiatria forense dell’Azienda ospedaliero-universitaria di Careggi.
Le tre versioni
Il medico, dalla procura labronica chiamato più volte come consulente, nei mesi scorsi era stato nominato per l’accertamento specialistico, dopo che la donna arrestata dalla Squadra mobile prima aveva affermato di non ricordare nulla di quanto accaduto nella notte fra il 16 e il 17 agosto dell’anno scorso, per poi – durante l’interrogatorio di garanzia nel penitenziario Don Bosco di Pisa – raccontare che suo figlio era «caduto dalle scale» dopo un «tragico incidente». «Non l’ho ucciso», le sue parole. Subito dopo la morte del piccolo, nato il 6 gennaio del 2021 a Torino, la mamma (quando non era ancora neanche indagata) aveva invece dichiarato agli inquirenti, diretti dal vicequestore Giuseppe Lodeserto, che il piccolo il giorno precedente aveva avuto un incidente in un parco giochi di Tirrenia e che poi, nella notte seguente, le sue condizioni di salute si sarebbero aggravate improvvisamente, fino a sfociare nelle conseguenze mortali di un trauma cranico, evidentemente sottovalutato. Una caduta dallo scivolo, in origine, nella prima versione per spiegare la disgrazia. Poi le altre, tutte giudicate non credibili, visto che la procura ritiene che lei lo abbia ucciso volontariamente, dopo che nei giorni scorsi si era spostata da Torino, dove abitava, verso la Toscana per una breve vacanza a cavallo del Ferragosto.
La ricostruzione
Sono da poco passate le 4,30 di mattina del 17 agosto scorso quando Ballester esce dal condominio di via del Bosco 32, dove qualche ora prima – secondo l’accusa – avrebbe gettato il figlio da una delle trombe delle due scale, uccidendolo. È esanime fra le sue braccia quando si incammina per le strade buie e deserte del quartiere, incontrando una persona in via Sardi, una traversa di via Ricasoli, che vedendo la straziante scena chiama subito il 112. Un’ambulanza della Svs di via San Giovanni, con a bordo il medico del 118, fa di tutto per salvare il bambino, che però è già morto. Al pronto soccorso, i dottori, non potranno far altro che dichiararne il decesso. La trentottenne, ai poliziotti che nel frattempo la raggiungono in ospedale, racconta della presunta caduta avvenuta il giorno prima e del rapido peggioramento delle condizioni di salute. L’autopsia, però, la smentisce. E dopo qualche giorno la polizia la arresta per omicidio volontario. I continui cambi di versione della giovane madre, separata dall’ex marito torinese padre del bambino, convincono il pubblico ministero Giuseppe Rizzo (il titolare dell’inchiesta) a chiedere una consulenza psichiatrica, incaricando per l’accertamento medico il professor Rolando Paterniti. E, con l’assenza di ipotetici vizi di mente, la relazione depositata agli atti spiega che Ballester, al momento del delitto, sarebbe stata totalmente in grado di intendere e di volere. Consapevole, quindi, di ciò che avrebbe fatto.
I condomini
Gli abitanti del palazzo di via del Bosco, dove la madre non abitava e non avrebbe avuto alcuna disponibilità di appartamenti quando avrebbe gettato il piccolo dalla tromba delle scale, alla digos hanno raccontato di averla vista vagare per i pianerottoli proprio in quei giorni e anche di aver trovato sul pavimento vicino all’entrata macchie di sangue «Sì, mi ricordo di quella signora. Ha sceso le scale di corsa con il figlio fra le braccia, come per non essere riconosciuta. Era ricciolino, ma in faccia non l’ho visto perché il suo volto era sul petto della madre. All’ingresso del palazzo, però, ho notato delle tracce di sangue secco», le parole di un’anziana al Tirreno subito dopo la tragedia che ha spezzato la vita di un bimbo di due anni e mezzo.
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