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L’intervista

Giorgio Fabiani dopo più di 20 anni sulle ambulanze diventa medico di famiglia: «Un delirio il debutto in ambulatorio ma sono strafelice» – Video

di Claudia Guarino
Giorgio Fabiani dopo più di 20 anni sulle ambulanze diventa medico di famiglia: «Un delirio il debutto in ambulatorio ma sono strafelice» – Video

Cinquant’anni, ha preso servizio ieri: «Dopo una vita di corsa era giunto il momento di modificare il ritmo, ho l’entusiasmo del bimbo al primo giorno di scuola»

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LIVORNO. Aveva la benda sugli occhi quando l’hanno accompagnato, insieme alla collega Chiara Giannone, nella sede della Svs in via delle Corallaie. Qualche passo, giusto il tempo di togliere la benda ed eccolo, quel suono inconfondibile, compagno indelebile delle tante notti (e dei tanti giorni) trascorsi lungo le strade della città. I volontari della Svs hanno salutato così il loro medico. Accendendo all’unisono le sirene di tutte le ambulanze. «Mi sono commosso», ammette Giorgio Fabiani che, dopo oltre 22 anni trascorsi nell’emergenza, ha deciso di appendere la divisa al chiodo per dedicarsi all’attività ambulatoriale come medico di famiglia.

Dottore Fabiani lei da oggi (ieri, ndr) è un medico di famiglia. Che effetto le fa?

«Mi sento come se fosse il primo giorno di scuola. Tante persone mi hanno contattato o sono venute in ambulatorio».

Anche perché con una lunga carriera alle spalle di persone ne conosce sicuramente tante. Quanto tempo ha lavorato nell’emergenza?

«Ventidue anni e mezzo tra pronto soccorso e 118. Più tutta l’attività sindacale (Fabiani è segretario regionale del sindacato Smi, ndr) e quella da istruttore per i brevetti dell’American Heart Association tramite l’azienda ospedaliero universitaria pisana».

Qual è l’esperienza più forte che ha vissuto come medico del 118?

«Una delle esperienze che mi ha maggiormente segnato è stata sicuramente la morte (nel 2006 a vent’anni mentre giocava a calcetto, ndr) di Luca Stefanini. Era molto giovane quando andò in arresto cardiaco. Poi mi ricordo del decesso di una bambina di 4 anni. Tutte esperienze che restano dentro, così come un parto nella shock room del pronto soccorso. Si ricordano le esperienze brutte e quelle belle in fondo».

Che dire di quelle belle?

«Tutte quelle volte che il cuore riparte dopo un arresto cardiaco, per esempio».

È questa la routine del medico 118?

«Poi ci sono tutte quelle condizioni di disagio sociale in cui sei chiamato a risolvere un problema che non è strettamente emergenziale. Ed è bello sentirsi utile».

È capitato di rivedere persone soccorse?

«Certo. E ci sono state anche persone che mi hanno inviato dei pensieri. Mi ricordo che un paziente mi mandò una pianta dall’Utic dicendo che lui era la pianta appassita e io avevo contribuito a farlo rinascere».

Adesso la domanda che sicuramente si aspetta. Perché ha deciso di cambiare?

«È stata una scelta. Gli ultimi 22 anni sono stati anni di corsa e ora, pur rimanendo a contatto con la gente, vorrei fare una vita tranquilla. L’emergenza è stato il mio grande amore ma era arrivato il momento di cambiare. Ho sempre pensato che il bravo medico è quello che riesce a capire velocemente i bisogni del paziente e spero di continuare su questa strada».

Anche se come medico di famiglia?

«Sì, come ha fatto mio padre».

Cosa c’è nel suo bagaglio professionale?

«Il bagaglio è professionale e anche umano. Sono cresciuto molto dal punto di vista dei rapporti interpersonali sviluppando capacità di comunicazione ed empatia. È vero che il medico bravo è quello che sbaglia meno, ma se anche sbagli e dimostri di aver fatto il meglio le persone te lo riconoscono».

Ma quella della medicina generale è stata una scelta obbligata?

«No c’erano anche altre opzioni ma a me piace il contatto con i pazienti, entrare nelle loro case e aiutarli. Qui non è la regola, ma le persone comunque ti accolgono».

Il tipo di contratto e le questioni sindacali non hanno avuto alcun ruolo?

«Adesso non è il momento di parlarne. Ringrazio chi mi ha dato la possibilità di fare questo lavoro per tanti anni. E adesso continuerò a lavorare con il massimo impegno e la massima disponibilità».

Com’è andato il primo giorno?

«Un delirio che ho affrontato con entusiasmo».

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