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Chiara Giannone lascia il 118 per fare il medico di famiglia: «Porto ai miei pazienti un bagaglio di 15 anni passati nell’emergenza» – Video
Livorno, la dottoressa, 42 anni, lavorava sulle ambulanze dal 2008: «L’urgenza mi ha insegnato ad affrontare le situazioni presenti ponendomi con la giusta tranquillità»
LIVORNO. Un infarto, il cuore che si ferma e lui – un carabiniere in congedo – si accascia al suolo. Ecco l’ambulanza con i volontari e, poco dopo, quella con a bordo il medico del 118. Le manovre, la scarica col defibrillatore e il battito che riprende. «Riuscire a portare vivo un paziente in ospedale dopo un arresto cardiaco è qualcosa che non si scorda». Era l’aprile scorso e su una delle due ambulanze c’era Chiara Giannone. Allora dottoressa del servizio di emergenza urgenza, ieri Giannone è entrata in servizio come medico di famiglia dell’ambito livornese.
Dottoressa, perché ha deciso di cambiare?
«Era arrivato il momento di uscire da tutto questo marasma. Il lavoro (come medico del 118, ndr) era diventato troppo impegnativo. Nell’emergenza e urgenza i medici sono sempre meno e sempre più stressati. Avevo bisogno di una vita più regolare. Sia per gli orari che per il tipo di lavoro svolto. Ai medici del 118 viene chiesto sempre di più».
Che tipo di turni faceva?
«Al 118 12 ore. Dalle 8 alle 20 o dalle 20 alle 8».
Dodici ore sono tante
«Sì, sono tante 12 ore per strada a gestire l’emergenza. Che poi c’è sia l’emergenza vera che quella percepita dall’utente».
Per quanto tempo ha lavorato nell’emergenza urgenza?
«Ho fatto 118 e pronto soccorso. Complessivamente sono stata nell’emergenza per 15 anni».
È molto tempo, c’è qualche servizio che le è rimasto dentro più di altri?
«Le situazioni in cui ci sono i giovani coinvolti in incidenti lasciano sempre qualcosa. Per esempio quando sai che il giovane è riuscito a cavarsela ti rendi conto che il tuo intervento è stato tempestivo. Oppure, come in Banditella, i casi in cui c’è un paziente in arresto cardiaco che riusciamo a portare vivo all’ospedale. Poi c’è tutta la routine, fatta di anziani e persone fragili».
Cosa c’è nel bagaglio professionale che ha messo insieme negli ultimi 15 anni?
«Sicuramente tante emozioni, come quelle vissute nei minuti appena precedenti all’arrivo sul target. Ma anche tanta esperienza. Io vengo dall’emergenza quindi sono portata ad essere più tranquilla e più riflessiva in determinate situazione. Pensi che in questi giorni ho visto ragazzi giovani (giovani medici, ndr) che hanno sostenuto di aver bisogno di una rinfrescata su certe cose. Anche perché nel servizio di emergenza capita di vedere di tutto».
Entrava nelle case e nelle vite delle persone.
«Sì, spesso facevo anche il medico di famiglia perché capita che nei festivi o durante la notte, se ci sono problemi, l’utente chiami direttamente il 118. Perciò dico che ho fatto il medico di famiglia. Ma anche una sorta di psicologo e assistente sociale».
Si è trovata ad affrontare situazioni da 360 gradi insomma. La squadra quanto è importante durante un servizio di emergenza?
«È fondamentale. Anzi, colgo l’occasione per ringraziare i ragazzi delle associazioni di volontariato con cui ho lavorato gli ultimi 15 anni e anche i cittadini, a cui devo molto. Perché sono entrata nelle loro case e mi hanno trattato sempre bene».
In che modo una dottoressa del 118 diventa medico di famiglia?
«C’è un corso di tre anni da frequentare che abilita alla medicina generale».
Dunque ci pensava già da di tempo.
«Sì. Adesso l’ambulatorio è in corso Mazzini dove c’è la casa della salute Attias e in via dei Cavalieri. Questa mattina (ieri, ndr) abbiamo aperto le visite».
Che effetto le ha fatto indossare il camice bianco?
«Sono contenta ed emozionata quasi come quando ho iniziato 15 anni fa. Adesso voglio continuare ad aiutare gli altri».
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