Il Tirreno

Livorno

Il caso

Livorno, donna condannata a quattro anni dopo le dirette di “Chi l’ha visto?”

di Stefano Taglione
Le due persone riprese da “Chi l’ha visto” a Livorno e condannate dal tribunale
Le due persone riprese da “Chi l’ha visto” a Livorno e condannate dal tribunale

L’accusa è concorso in maltrattamenti: la vittima venne pure picchiata a sprangate

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LIVORNO. Condannata a quattro anni di reclusione per maltrattamenti in famiglia e assolta dal favoreggiamento personale per aver picchiato, insieme al convivente, la fidanzata di quest’ultimo. Lui, in rito abbreviato, dal tribunale era già stato ritenuto responsabile e punito con quattro anni e otto mesi per averla colpita con calci e pugni, afferrata per il collo, minacciata di morte e presa a sprangate e bastonate, mandandola all’ospedale. In particolare, il 14 ottobre del 2020 la vittima – una trentottenne di Pontedera, in provincia di Pisa – era finita al pronto soccorso con un’ambulanza chiamata dall’imputata, ora condannata, dopo essere stata «colpita con una spranga di ferro alle gambe, all’addome, al volto e alla testa – si legge negli atti – che hanno comportato la fuoriuscita di sangue, fratture costali e nasali ed ematomi vari con una prognosi di 25 giorni».

La sentenza

È una storia inquietante quella finita davanti al collegio presieduto dal giudice Luciano Costantini (a latere i colleghi Andrea Guarini e Roberta Vicari), che fino a pochi giorni fa vedeva come unica imputata una cinquantaduenne piombinese, da tempo trasferitasi ad Antignano, visto che il convivente era accusato insieme a lei di aver maltrattato la trentottenne e dopo la condanna è in carcere. Le motivazioni saranno depositate fra meno di 90 giorni. Il Tirreno omette di rendere identificabili tutte le persone coinvolte nella vicenda per non rendere riconoscibile la donna vittima delle percosse, che subito dopo l’aggressione di due anni e mezzo fa venne trasferita in una struttura protetta.

Il caso su Rai 3

Del caso si occupò anche la trasmissione “Chi l’ha visto” un mese dopo l’accaduto, visto che la famiglia della vittima non aveva più avuto notizie e per questo si era rivolta a Rai 3. In realtà, la donna che ha denunciato di essere stata picchiata, voleva solo rimanere nell’anonimato perché doveva sì allontanarsi, ma dai presunti aguzzini. Ed era senza cellulare, visto che come ricostruito della Squadra mobile, che coordinata dalla procura ha avviato l’inchiesta, il suo telefonino sarebbe stato venduto proprio dall’allora fidanzato e dalla convivente al prezzo di 30 euro, soldi con i quali l’uomo si sarebbe comprato un amo e dei bachi da pesca. «Te hai ammazzato mio figlio e le pu**ane vanno ammazzate», sarebbe stata una delle frasi intimidatorie che l’allora compagno avrebbe rivolto alla giovane mentre la stava prendendo a sprangate.

L’assoluzione

Dal reato di favoreggiamento, la cinquantaduenne, è stata assolta. Un’accusa, questa, conseguenza anche della sua intervista al programma Rai. «Ha aiutato il coimputato a eludere le investigazioni – si legge nel capo di imputazione – dichiarando nel corso di una telefonata al 118 che la vittima era stata aggredita da sconosciuti, ripetendolo anche alla polizia, e infine intervistata da “Chi l’ha visto” ha rilasciato dichiarazioni nel corso delle quali ha affermato di poter escludere con certezza la responsabilità del coimputato per le ferite riportate dalla vittima».

Parla l’avvocata

«Il fatto – spiega l’avvocata della donna, Elena Parietti – è accaduto in un contesto del tutto ai margini della società e, in questi casi, non può essere lasciata sola la giustizia, che in applicazione della legge può trovare quella che è la giusta punizione del colpevole, ove ci sia, ma non può, come si aspetta spesso l'opinione pubblica anche trovare una "soluzione" a certe dinamiche disfunzionali, come questa. Sono situazioni nelle quali l’umanità, che sia per colpa o per necessità, si trova ad accettare una condizione di vita del tutto al di sotto dell’umana concezione.

Ed è lì che nasce il fulcro delle tragedie, di questa e di mille altre. La nostra giustizia, al di là di quello che ne se dica, è funzionale: siamo uno stato di diritto che tutela tutti, i bisognosi per primi, ma dove non arriva la legge deve arrivare il sociale. Abbiamo lasciato che tre persone, prive di reddito e tutte a modo loro problematiche, abitassero in una casa abbandonata, mosse quotidianamente dalla necessità di trovare sostanze per sbarcare non il lunario, ma la giornata, elemosinare pasti abitando una casa senza luce, gas e acqua corrente. Che cosa ci potevamo aspettare? Nessuno può e mai deve giustificare la violenza, ma tutti dobbiamo fare qualcosa per prevenirla. La mia assistita era una vittima esattamente come la persona offesa, ma non ha saputo chiedere aiuto quando era necessario e così e finita per essere vista come una carnefice».

© RIPRODUZIONE RISERVATA
 

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