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Livorno

Il personaggio

Valdambrini, da Livorno al mondo: è l’ambasciatore della musica surf

di Dario Serpan

	Lorenzo Valdambrini
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Lorenzo Valdambrini

In arte “Surfer Joe”, il musicista-imprenditore adesso è in tour negli States: «Faccio 150 date l’anno, molti dei miei pezzi sono già classici del genere»

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LIVORNO. Quattordici date in diciotto giorni nella west coast degli Stati Uniti. È il nuovo tour che sta vivendo Lorenzo Valdambrini, in arte Surfer Joe, musicista livornese da 150 date l’anno in giro per il mondo. Soprattutto in Europa e negli Usa, ma lui ha suonato anche in Sud America e in Asia, portando ovunque il verbo della surf music, di cui è uno dei massimi esponenti a livello globale. Ha iniziato nel 2011 la sua carriera solista, puntando sul nick Surfer Joe e investendo sulle sue qualità di polistrumentista, cantante e produttore, collezionando concerti in Italia e all’estero e inventando di sana pianta il Surfer Joe Summer Festival, che si svolge ogni anno a Livorno ed è divenuto col tempo l’evento di musica surf più grande al mondo. Non solo musicista, Lorenzo Valdambrini è anche un imprenditore: co-proprietario del Surfer Joe Diner aperto nel 2012 ai piedi della Terrazza Mascagni col fratello Luca Valdambrini e a Francesco Tonarini, nonché amministratore delegato e co-proprietario della Surfy Industries, azienda nata in Svezia e poi trasferita a Livorno che produce effetti per chitarre.

Visto il suo percorso e la naturale vocazione per l’estero cosa ci fa ancora a Livorno?

«Preferisco restare qui e mantenere le porte aperte per andare fuori, soprattutto negli Stati Uniti. Ho un visto che mi permette di andare e lavorare negli Usa ed effettivamente l’idea di trasferirmi in California mi è soggiunta. Ma se vieni dall’Europa non è semplice trasferirsi negli Usa, anche per una questione di risorse. E poi penso che la qualità della vita che abbiamo in Europa sia superiore. Mia moglie è tedesca e i miei figli hanno il doppio passaporto, ma vivono e vanno a scuola a Livorno».

Si può dire che ogni volta che si muove porta con sé un po’ della sua città: e quando torna cosa porta indietro?

«Ho girato parecchio e conosciuto molte realtà locali. Penso che a Livorno si stia meglio che in tanti altri posti. Noi livornesi, però, dovremmo tenere di più alla nostra città. Nel mondo della surf music ormai sono conosciuto, ma grazie al Surfer Joe Summer Festival anche Livorno ha guadagnato in popolarità. Molti più californiani, ad esempio, oggi conoscono Livorno».

Tra l’attività di musicista e quella di imprenditore la sua routine deve essere impegnativa

«Quando vado in tour devo mettere nel conto dai venti giorni a un mese e mezzo di lontananza da Livorno, dove poi torno sempre per le altre attività in cui sono coinvolto. Tengo anche simposi o seminari in giro sulla storia della surf music o sugli strumenti legati a questo genere. Dal 2018 a oggi sono stato spesso negli Usa: negli ultimi due anni ho tenuto un ritmo di quattro tour all’anno. In totale faccio circa 150 date all’anno in giro per il mondo».

Quando e come è cominciato tutto?

«Da bimbo suonavo il pianoforte, poi nel 1997 ho intrapreso il percorso con la band livornese dei Pipelines, durato circa dieci anni, suonando soprattutto la musica dei Beach Boys. Gradualmente mi sono avvicinato alle sonorità della California e poi, con il boom provocato dall’uscita del film Pulp Fiction, dalla fine degli anni ’90 mi sono interessato sempre di più alla surf music. Nel 2002 ho creato il sito internet surferjoe.it, un anno dopo organizzai il primo Surfer Joe Summer Festival in una spiaggia della Versilia: fu una sorpresa, venne un sacco di gente. Poi nel 2004 mi sono trasferito ad Antigua, dove sono rimasto per 7 anni, continuando a occuparmi di musica surf. Dopo qualche anno di stop, con mio fratello Luca ripartimmo nel 2008, a Calafuria, con il Summer Festival: fu un’esplosione di attenzione, anche dall’estero. Capimmo che poteva diventare il fulcro mondiale per la surf music».

Perché ha scelto il nome d’arte Surfer Joe?

«È il titolo di una canzone dei Surfaris, band statunitense a cui sono legato e che è venuta anche a suonare da noi».

Come definisce la surf music?

«Si parla a torto dei Beach Boys, che erano una pop band. La surf music nasce come musica strumentale, di matrice californiana, ed è un fenomeno precursore del punk e del metal, nato dalla fusione di country, jazz, blues a fine anni ’50. È una nicchia che però ha conosciuto un boom negli anni ‘90».

Chi si porta con sé nei tour? E che caratteristiche ha il suo show?

«Mi sposto di solito con una band, oggi formata dal batterista belga Pieter Dedoncker e ultimamente dal bassista Alberto Bellucci, oltre a me che suono la chitarra e in alcuni brani canto. Nei miei show propongo il mio repertorio e alcune cover. Sono cresciuto ascoltando gruppi come Beatles e Beach Boys, ho un’impronta melodica. Sei dischi, più vari Ep, singoli e partecipazioni a compilation riempiono la mia discografia. I complimenti più belli che ho ricevuto sono due: il primo è che chi conosce il genere e ascolta i miei dischi ha l’impressione di avere tra le mani album del 1963; l’altro è che molti dei pezzi che ho fatto sono già considerati classici del genere, forse proprio per il loro impatto melodico».

L’immaginario surf permea un po’ tutta la sua vita professionale

«Sì, e tra le mie varie attività si innestano collaborazioni e vantaggi reciproci, pur restando indipendenti. Il Surfer Joe Diner mi vede coinvolto più marginalmente: sono mio fratello Luca e Francesco Tonarini a lavorarci più attivamente. Con Surf Industries, invece, siamo il maggiore produttore mondiale di unità reverbero e abbiamo anche un’azienda gemella a Memphis. Come Surfer Joe, oltre a suonare sono anche produttore dei miei dischi, occupandomi anche di registrare gli strumenti, mixaggio e mastering».

Se Livorno resta la sua base, che cosa vorrebbe di più per la sua città, anche in relazione alle opportunità che trova all’estero?

«A me piacerebbe che a Livorno si potessero fare più cose con meno burocrazia, che si potesse dare più spazio all’innovazione, liberandoci di certi paletti anche mentali, per dare più sfogo all’inventiva».
 

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