Meteo
Livorno, l’ultimo giallo di Villa Corridi: «Nessuno sa di chi è la cappella»
Nella chiesetta fu ritrovato il corpo senza vita dell’omonimo industriale. Ceduta in passato alla famiglia Grandi, si è poi persa ogni traccia dei proprietari
LIVORNO. E se qualcuno, a sua insaputa, possedesse la cappella di Villa Corridi? Per comprendere il curioso quesito facciamo alcuni passi indietro, anzi molti, sino ai tempi nei quali le vertenze sindacali non godevano dell’apporto dei sindacati, motivo per il quale il povero Gustavo Corridi, della celebre famiglia di industriali, la cui villa di famiglia è oggi un parco pubblico, fu presumibilmente assassinato (assassinato sicuramente, il presumibile riguarda l’autore del delitto) da un operaio della sua industria con il quale avrebbe avuto un contenzioso.
Ma furono sospetti senza prove e l’omicidio, avvenuto il 27 febbraio del 1867, rimase impunito. Nel luogo dove fu ritrovato il corpo senza vita (di fronte alla villa) fu eretta in suo nome una cappella dedicata a San Edoardo che nelle intenzioni del figlio (anch’egli Edoardo) avrebbe dovuto conservare la tomba di Gustavo e dei suoi eredi. Ma così non fu: la salma fu tumulata altrove e la statua di Vincenzo Cerri dedicata al santo fa oggi bella mostra di sé a Villa Fabbricotti.
Torniamo sull’argomento della cappella (da tempo immemorabile in stato di abbandono) perché alcuni lettori del Tirreno hanno segnalato come la rete protettiva che la circonda sia stata divelta in un angolo, il che farebbe pensare a frequentazioni strane nel piccolo giardinetto che circonda la cappella. Effettivamente avvicinandoci al luogo scorgiamo una bottiglia di birra e una lattina, il che farebbe pensare che qualcun vi abbia fatto visita. Da ricordare come una ventina di anni fa nella vicina Cappella Calamai di Monterotondo (già di proprietà dell’Asl assieme alla Villa Rodocanacchi, poi ceduta a privati) si celebrassero messe nere (a giudicare dai reperti che gli inquirenti trovarono). Idem nel Padiglione di Caccia del parco (chiuso al pubblico dal 1995).
A difendere la cappella di villa Corridi da qualche incursore c’è il muro di mattoni posto a suo tempo a chiusura dell’ingresso, muro sicuramente efficace, almeno sino a prova contraria, ma con scarso rispetto «del peristilio, della cupola con copertura a scaglie e del colonnato», come ricordava Roberto Riu in un articolo del Tirreno di 12 anni fa. In una nota di alcuni tecnici che intervennero anni fa per mettere a protezione la struttura si evidenzia anche la presenza di una botola, cosa che potrebbe far eccitare gli appassionati di mistero. Non a caso, probabilmente positivamente suggestionato dall’evento criminale, il noto scrittore livornese Diego Collaveri ha scritto uno dei suoi gialli proprio sul caso (titolo “Il commissario Botteghi e l’omicidio del barone Corridi”) che riporta in copertina proprio la foto della cappella. Ed eccoci a spiegare l’arcano del curioso quesito di inizio articolo: nessuno sa a chi appartenga la cappella perché «al di là della villa, di proprietà comunale, la cappella e altre terre della famiglia Corridi – ci ricorda la guida turistica e cultore della storia della città Fabrizio Ottone – vennero cedute alla famiglia Grandi (una delle grandi famiglie, nomen omen, di Livorno) ma da qui in poi si è persa traccia su chi sia l’attuale proprietario». Quasi sicuramente un privato. Quasi certamente a sua insaputa.
Non lasciare decidere l'algoritmo:
scegli Il Tirreno per le tue notizie su Google
