«Se vuoi fare lo sceneggiatore devi andare a fare la spesa»
Il cinema, gli attori, le storie: Francesco Bruni si racconta a Villa Maria Virzì e Ferie d’Agosto: «Mi ha cercato lui, si era commosso dopo “Cosa sarà”»
Vuoi entrare nel mondo del cinema? Sogni di diventare sceneggiatore, magari regista?
Vai a fare la spesa in un supermercato o in una bottega, vedi quanto costa un chilo di pane, di frutta o un litro di latte. Esci, vedi gente ("Faccio cose, vedo gente", Ecce Bombo di Nanni Moretti, ndr). Che c’entra con un set o una sceneggiatura, vi chiederete?
A spiegarcelo, con pacatezza e senza forzature iperboliche, è Francesco Bruni che di mestiere fa lo sceneggiatore e, da qualche anno, anche il regista. Con successo (di botteghino, a parte qualche eccezione, e di critica) e, soprattutto, con qualcosa da dire che esprime attraverso film che fanno riflettere e che, tra ironia, dolore, sofferenza e tenerezza, ci lasciano sempre una brezza di speranza addosso. «Quel che serve - racconta a Villa Maria dove partecipa come ospite al ciclo di incontri "La bella estate" - è la cultura, intesa non nell’accezione di un sapere enciclopedico, quanto piuttosto nella nostra capacità di avere "molteplici interessi": leggere, viaggiare, conoscere persone, essere curiosi». Ma in special modo - dice - non perdere aderenza con la realtà: «Quindi è importante anche andare a fare la spesa», aggiunge. Che poi non è molto lontano da quanto diceva Zavattini che, a chi gli domandava cosa devono fare gli sceneggiatori, gli rispondeva a tono - lo ricorda lo stesso Bruni nell’incontro di venerdì - "gli sceneggiatori devono prendere il tram". Incalzato dalle domande di Filippo Domenici, giovane studente esperto di cinema, il livornese-romano-cosmopolita Bruni affronta subito il tema dell’accesso alla professione, partendo dall’assunto che i tempi - rispetto agli anni di Zavattini - sono cambiati e il digitale ha rivoluzionato il mondo e gli schemi narrativi. Dunque anche, per certi versi, la professione. «Ci sono percorsi diversi per accedere a questo mestiere - rammenta - quello che passa dalle scuole o quello che invece si segue attraverso la frequentazione di professionisti o di set. Penso per esempio ai fratelli D’Innocenzo che non hanno fatto scuola. O Tarantino, ma è un caso rarissimo, che si è formato in un videonoleggio peraltro guardando "filmacci". Io a 27 anni sono partito per Roma per frequentare il Centro sperimentale di cinematografia. C’erano sei posti in concorso e uno è stato assegnato a me. Ho fatto tre anni importanti che mi hanno messo a contatto con personaggi come Suso D’Amico, Scarpelli, Rossini e molti altri. Io, in sostanza, ho seguito la strada canonica».
Il cinema e l’aderenza alla realtà, alla vita. "Cosa sarà" (uno dei successi autobiografici di Bruni, con Kim Rossi Stuart) e Scarpelli. Cosa manca oggi al cinema?
Qui Bruni torna, anche se non lo cita esplicitamente, al paradigma del "fare la spesa". «Rimanere nel mondo reale è importante specialmente oggi in cui c’è una forte comunicazione virtuale. Una volta - prosegue Bruni - per studiare e lavorare Suso andava a conoscere sul campo i magliari in Germania o i pescatori in Sicilia. Oggi c’è Google Map, c’è Internet. Quanto è importante, invece, conoscere il cosiddetto "spirito dei luoghi"...».
Ma è cambiato anche il rapporto fra i professionisti. «Una volta gli sceneggiatori si incontravano a cena a ristorante, penso da Otello a Roma. Ne nascevano conversazioni, confronto, scambio...».
C’è un filo comune che lega le scene e la trama dei film di Bruni, un cinema che offre sempre ai suoi attori "una seconda possibilità".
«Questo probabilmente nasce - dice lo sceneggiatore - dal fatto di aver praticato perlopiù commedie dove c’è un’esigenza di lasciare lo spettatore su un’onda positiva. Pensiamo al protagonista di Ovo Sodo, l’illusione di una vita diversa e la realtà di trovarsi poi a lavorare in fabbrica, alla Stanic. Però trova l’amore. Ecco, la commedia riesce a mandare a casa lo spettatore con un pensiero speranzoso». Eppure commedia e comicità sono due cose diverse. Per lui che ha lavorato anche con Ficarra e Picone, la distinzione è abbastanza netta. «Virzì è bravissimo a mescolare umorismo, ironia con la parte drammatica. Penso a film come "Il capitale umano". Scrivere per i comici è diverso. Checco Zalone, che è bravo, non fa commedie ma film comici. La discriminante è la verosimiglianza, le commedie non abbandonano mai l’aderenza al reale».
Il rapporto con Paolo Virzì. La Bella vita, il capitale umano, poi qualcosa s’interrompe. Per riprendere in questi mesi con il sequel di Ferie d’Agosto, 27anni dopo la prima uscita del film. Come nasce il riavvicinamento? «In realtà - sorride Bruni - è una scelta che ho subìto, è stata un’idea di Paolo che evidentemente mi ha battezzato come suo collega. Mi ha detto che quando ha visto "Cosa sarà" si era commosso, così stiamo lavorando insieme a questo film dove raccontiamo come sono cambiati, in questi anni, i personaggi. Ricordando che, purtroppo, alcuni di loro come Ennio Fantastichini non sono più con noi».
E se "Noi Quattro" è stata la pellicola "più coraggiosa", "che però non è piaciuta, o meglio la gente non è andata a vederla, credo più che altro perché è mancata quella che si definisce la chiamata al film", Cosa sarà è senza dubbio il film più intimo, autobiografico, in cui si racconta la malattia. «Ho deciso di inserire all’interno del racconto apparizioni, fantasmi e allucinazioni. Hanno fatto parte del mio percorso di cure durante la chemioterapia». I piani narrativi, qui, s’intrecciano. «La scena che fa da discrimine è la rasatura, ma nel film ci sono anche alcuni episodi della mia infanzia: l’appartamento sbagliato e il furto delle macchinine. L’idea dello scambio dei regali, fra l’altro, non è mia ma di Simone (Lenzi, ndr)».Del resto Bruni confessa di non essere un uomo solo alla sceneggiatura ma di prediligere la contaminazione, la collaborazione: con Paolo Virzì, con Simone Lenzi, con Francesco Piccolo.
C’è spazio anche per dire due parole sui giovani attori. Menzioni per Andrea Carpenzano, Fotini Peluso ("non l’ho scoperta io ma Francesca Archibugi"), Federico Cesari. «Oggi ci sono già moltissimi giovani attori sulle piattaforme. Il Mare Fuori e Scam lo dimostrano». E anche lo spazio del racconto si è dilatato, è più ampio. Eppure, in fondo, al di là di tante alchimie narrative, quel che resta basilare per chi scrive storie e sceneggiature è l’aderenza al reale, la conoscenza. Un aspetto - è la sintesi di Bruni - che ci appartiene solo praticando cultura.
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