Il Tirreno

Livorno

Il ricordo

L’angosciosa notte di Edda Ciano all’Ardenza prima del Gran Consiglio del 25 luglio

di Adolfo Lippi
L’angosciosa notte di Edda Ciano all’Ardenza prima del Gran Consiglio del 25 luglio

La figlia del duce era nella villa dei Ciano mentre il marito votava contro il suocero

4 MINUTI DI LETTURA





Edda passò la notte insonne nella villa dei Ciano all’Ardenza. Era la notte tremenda tra il 24 e il 25 luglio del 1943. Edda Ciano era arrivata a Livorno per stare coi tre figli, Fabrizio, Marzo, Dindina, mentre il marito Galeazzo, già ministro degli Esteri e declassato, per ordine di Hitler, ad ambasciatore in Vaticano, partecipava all’estrema riunione del Gran Consiglio convocato da Mussolini. Edda trepidava. Sapeva da mesi, lei fascistissima e anche ammiratrice di Hitler, che il marito era decisamente antitedesco, li accusava di tradimento, e che nel Gran Consiglio avrebbe parlato contro gli alleati e contro il suocero.

Si erano telefonati spesso quei giorni, lei e Galeazzo non erano più spensierati e spavaldi, gli americani avevano bombardato Roma, l’esercito crollava, il Re era incattivito e complottista. Ma Edda sperava ancora.

A Livorno dove era ospite della villa dei Ciano, accudita dall’amore della madre di lui, Carolina, aspettava che passasse la “buriana”. Si sarebbe presto recata in vacanza a Viareggio, aveva visitato, sopra le colline livornesi, la zona dove sarebbe sorto il gigantesco mausoleo del suocero, Costanzo, già eroe della prima guerra, già ministro di Mussolini, venerato dal figlio e dai livornesi ai quali aveva già elargito parecchi quattrini per il porto e l’Accademia ed acquistato il giornale “Il Telegrafo” (oggi “Tirreno”) dove faceva il direttore Giovanni Ansaldo, liberale e liberista, avverso come Galeazzo ai nazisti. Quel mausoleo sarebbe stato la gloria della famiglia, sarebbe stato ornato dalle statue dello scultore Arturo Dazzi, versiliese, insomma un ricordo per l’eternità.

E invece che stava accadendo a Roma? Edda non riusciva proprio a dormire. Guardava il telefono trepidante. Lei non era una moglie qualsiasi, era la figlia prediletta del duce, era la compagna di Galeazzo e non si era fatta mai mancare l’adesione alla politica fin da quando bambina, sedeva sulle ginocchia del padre, Benito, nel covo milanese de “Il popolo d’Italia”, proteso a fondare i fasci e all’organizzazione rivoluzionaria della marcia su Roma. Dopo, con la dittatura, era poi stata sempre al fianco di tanto padre, divenuto Duce e sposando Galeazzo aveva dato tre splendidi figli che Mussolini amava ardentemente. Abbandonarlo adesso? Che fare, da che parte stare in quella notte caldissima di luglio? Seguire il duce? Rimanere con il marito assieme ai gerarchi che “pugnalavano” il loro capo?

Notte davvero da tregenda quella tra il 24 e il 25 luglio di ottanta anni fa. Ne hanno scritto in tanti, dallo storico De Felice a Giordano Bruno Guerri, da Antonio Spinosa al collega Maurizio Sessa.

La storia è arcinota. Mussolini, vista la disastrosa e sciagurata campagna bellica, s’era deciso a convocare il Gran Consiglio del fascismo. Ciano, che non era più ministro e vi partecipava perché pur sempre tra i ras del regime, eppoi era il genero, era al corrente che ben 18 gerarchi, la maggioranza, avrebbero votato un ordine del giorno Grandi-Bottai, che sfiduciava il duce. Lui ne aveva informato Edda ma lei, quella volta lì, non si era schierata a difesa del padre.

Così Ciano, intervenendo nella riunione, iniziata alle 17,30 e proseguita fino a tarda notte, aveva parlato aspramente contro Hitler. Il ministro Grandi e poi Bottai lo avevano consigliato di astenersi. Ma Galeazzo votò con gli altri la rimozione del suocero (e firmò la sua successiva condanna a morte) e così ciò che nessuno poteva prevedere accadde. Mussolini e il regime fascista precipitarono nella sanguinosa fine.

Galeazzo telefonò, dopo la votazione, a Edda verso le tre del mattino. Aveva la voce alterata. Capiva la sciagura? Invitò Edda a svegliare suocera e bambini, chiamare i carabinieri, prendere una vettura e tornare immediatamente a Roma. Edda così fece. Non poteva perdere tempo. Galeazzo le aveva detto “Siamo in una violenta tempesta!”. E lei se ne avvide quando, giunta alla stazione di Livorno, vide sulle fiancate di alcuni vagoni minacciose scritte di “Abbasso Mussolini”, “Viva il Re”, “Viva Badoglio”.

Fu poi un viaggio lungo e penoso. Edda era persino tormentata da un brutto foruncolo. E la suocera Carolina non le pareva capire in pieno la drammaticità della situazione. Le pareva di recarsi a un party mentre a Roma, dove giunsero, le strade erano strapiene di folla che urlava “Morte al puzzone!”. Che poi il “puzzone” era suo padre, Benito.

Così per Edda niente vacanze a Viareggio, niente notti spensierate alla “Capannina” del Forte dove lei si abbandonava a gustose bisteccate (ma era in vigore la tessera annonaria), ma subito un febbrile lavoro a fianco di un Galeazzo stremato e angosciato per salvare la famiglia e condurla fuori. Dove? Lei ci provò con l’ambasciata di Spagna, ci provò col Vaticano. Trovò le porte sbarrate. Con sua madre Rachele che sobillava Benito al grido “fucilali tutti!” che voleva dire fucilare anche l’odiato genero.

Ecco quel 25 luglio fu così davvero di fuoco e di fiamme. Il mausoleo a Livorno non si sarebbe fatto più. E Benito e Galeazzo ci lasciarono la pelle.

© RIPRODUZIONE RISERVATA


 

Non lasciare decidere l'algoritmo:

scegli Il Tirreno per le tue notizie su Google

Primo piano
Il futuro del cantiere

Salvataggio Tigs, le offerte giuste: «Partono da 250 milioni di euro» – Chi sarà a decidere e tutti gli scenari possibili

di Giovanna Mezzana