Il Tirreno

Livorno

Il caso in Corea

Spari ai bimbi a Livorno, parla il settantaduenne: «Io accusato ingiustamente, stavo mangiando una pizza»

Stefano Taglione
A sinistra la ferita sulla testa della ragazzina, a destra il parco giochi di via Gobetti
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A sinistra la ferita sulla testa della ragazzina, a destra il parco giochi di via Gobetti

L’uomo parla di «accuse infamanti» da parte di persone presenti al parco giochi quella sera e precisa: «La pistola ce l’ho, ma è vera, e l'ho consegnata io stesso alla polizia durante la perquisizione che ho voluto facessero nella mia abitazione. Non so chi abbia fatto fuoco»

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LIVORNO. «Sono totalmente estraneo agli spari verso la bambina. Quando è stata colpita, e l’ho scoperto dal trambusto nel parco, stavo mangiando una pizza con mia moglie in giardino. I poliziotti, che anche io ho allertato, hanno effettuato una perquisizione nella mia abitazione, è vero: li ho invitati io a farla e, sempre io, ho consegnato spontaneamente una pistola. Non a pallini, come quella che sarebbe stata usata per colpire l’undicenne, ma vera. Una vecchia Beretta regolarmente detenuta, che custodivo in una cassaforte e ho ricevuto in eredità da mio padre. Fra l’altro, e non è un aspetto secondario, nessuna finestra della mia abitazione affaccia sul parco: anzi, con esso, confina il mio giardino».

A parlare al Tirreno è il settantaduenne che nella tarda serata di sabato scorso è stato accompagnato in questura dagli agenti, allertati dopo il ferimento della minorenne nel parco giochi di via Gobetti, in Corea, per i verbali della perquisizione e della pistola e «per essere tutelato dalla folla che inveiva». L’uomo, che dalla famiglia della ragazzina nella denuncia viene indicato come presunto sparatore con tanto di indirizzo, si chiama fuori dall’episodio. E a sostegno della sua tesi è pronto a mettere a disposizione i video registrati dagli impianti di videosorveglianza interni alla sua dimora.

«L’arma in questione – prosegue il settantaduenne – oltre a essere regolarmente detenuta in una cassaforte, si trovava dentro un’ulteriore cassettina di ferro e per consegnarla alla polizia l’hanno dovuta scollare. Gli agenti stessi hanno riconosciuto che quell’arma non poteva certo sparare. E poi, lo ripeto, era una pistola vera, non a pallini».

Il pensionato parla di «accuse infamanti» e di un equivoco che si è generato a partire da quella maledetta serata. Non sa chi vi sia dietro agli spari con le armi da soft air, dal momento che la bambina è stata colpita: ha un buco in testa e ha perso sangue. Colpita da un’altra persona, comunque, non certo da lui che era in giardino a mangiare una pizza insieme alla moglie. I genitori dell’undicenne, nella denuncia in questura, hanno fatto mettere nero su bianco che altri bambini avevano indicato in lui l’autore degli spari, «ma non è vero, perché proprio in queste ultime ore tantissimi ragazzi mi stanno dicendo di sapere benissimo che siamo estranei alla vicenda e la domenica mattina ci sono venuti a trovare, insieme alla ferita, per scusarsi e fare un bagno in allegria. In quei momenti di concitazione ci sono persone che hanno tentato di entrare in casa mia per farsi giustizia da soli, hanno tirato addirittura un mattone rischiando di colpire un poliziotto. Ora ho paura e temo per la mia incolumità».

Le indagini della Squadra mobile stanno procedendo: per il momento, l’unico denunciato, è lo zio dell’undicenne: un venticinquenne livornese accusato di danneggiamento e resistenza a pubblico ufficiale perché, quella sera, con un casco ha minacciato un poliziotto e con un calcio danneggiato una Fiat 500 parcheggiata in via Gobetti, per altro di una persona che nulla ha a che fare con l’episodio: «E nemmeno io c’entro nulla – conclude il pensionato – stanno additando la persona sbagliata. I bambini non si toccano. Io non li odio: anzi mi piacciono e ho tre nipoti. È stato qualcun altro a sparare».
 

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