Il Tirreno

Livorno

I fatti del Gimona

Livorno, Malagò sugli insulti all'arbitro: «Inaccettabile, c’è un problema culturale»

di Flavio Lombardi
Livorno, Malagò sugli insulti all'arbitro: «Inaccettabile, c’è un problema culturale»

Quel cartello ignorato dai genitori all’entrata del campo su cui è avvenuta l’ennesima violenza

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Livorno L’episodio occorso al campo dell’Aredio Gimona sabato scorso non è passato inosservato. Il fatto di cronaca lascia intuire che in ogni caso è passato inosservato il testo di un grande striscione affisso dalle società che gestiscono l’impianto vicino all’ingresso. Ardenza e Rugby Etruschi 1995 (che qui hanno sede) , ricordano infatti le regole sempre buone per chi gioca, ma anche per chi assiste ad un evento sportivo. Nel testo, la cui lettura “ruba” in fondo solo pochi secondi, si rammentano utili consigli per uno sport da vivere sano: il rispetto per arbitri, giocatori e tifosi avversari, l’educazione tesa a non insultare, non usare linguaggio volgare, stimolando invece la passione che deve portare a sostenere la propria squadra, gli atleti, i figli, i nipoti, gli amici. Con lo spirito di chi va per divertirsi sempre.

L’episodio incriminato riguarda una partita fra ragazzi classe 2009, campionato provinciale giovanissimi B, con l’impegno sul terreno di gioco dello Young Livorno che doveva affrontare l’Atletico Academy Livorno. A dirigere il match, un arbitro di 17 anni e mezzo. Partita nervosa, racconta qualcuno per «strascichi di ciò che era accaduto all’andata». E così, il bollettino reciterà, al triplice fischio, otto ammoniti per lo Young che subirà anche due “rossi”, contro 1 giallo nei confronti della formazione ospite. Quattro a uno il finale per i padroni di casa che però erano inizialmente partiti in svantaggio. Comportamenti fuori le righe tra avversari, ma soprattutto, nella zona degli spettatori dalla quale sono giunti cori e offese rivolte al direttore di gara. Uditi soprattutto dalla “fazione” che, alla conclusione della giornata, ha potuto festeggiare con la vittoria.

Ieri mattina, grazie alla rassegna stampa che arriva da tutta Italia sulla propria scrivania, Giovanni Malagò, numero uno del Coni, sapeva già tutto. E, contattato, il massimo dirigente dello sport italiano, non ha mancato di commentare. «Gli episodi registrati su vari campi e in discipline diverse, evidenziano un problema che va evidentemente oltre l’aspetto sportivo, figlio di una barbarie culturale inaccettabile, pronta a sfruttare i palcoscenici agonistici per guadagnare visibilità dando voce a istinti da condannare senza riserve. Il nostro movimento è da sempre espressione di valori non negoziabili, sinonimo di inclusione, integrazione e rispetto a ogni livello, in nome del linguaggio universale capace di accomunare e rendere tutti partecipi della forza del suo messaggio. È necessario fare squadra per isolare soggetti che non devono avere asilo in alcun ambito civile».

Un giovane arbitro andato in difficoltà. Non un fatto positivo per il movimento arbitrale che ha sempre più problemi a trovare nuove leve, costretto a reclutare arbitri della serie cadetta designandoli al settore giovanile e “inventarsi” campionati divisi fra il sabato e la domenica per impiegare il proprio organico su una due giorni. Uno sforzo enorme, manca il ricambio generazionale. E anche Carlo Pacifici, neo eletto domenica a Coverciano come capo supremo dell’Associazione Italiana Arbitri, si mostra sensibile. «Ribadisco le parole del presidente della Federcalcio Gravina, quando dice che i violenti devono uscire dai nostri campi e dal mondo del calcio e che bisogna dire basta a questi atti vili e incresciosi».

Basterebbe in fondo che molti parenti stretti ricordassero che avere il campione in casa non è così facile, che se non fa piacere un’offesa al proprio figlio, stessa cosa pensa il padre di un altro giovane che veste la casacca di un altro colore, che insegnare la lealtà è un valore e non un difetto. Si è sempre in tempo. Basta imparare dagli errori.

Autorizzato da Pacifici, anche il presidente Aia di Livorno, Marco Bolano, interviene. «Purtroppo non è un caso isolato ma ricorrente. Il tema della violenza verso gli arbitri, e nella fattispecie del comportamento dei genitori sugli spalti, è nazionale. L’unica arma a nostra disposizione è il referto di gara sul quale riportare i fatti accaduti, finora evidentemente poco efficace». Bolano prosegue. «Da genitore trovo imbarazzante che davanti al proprio figlio si abbiano comportamenti offensivi, aggressivi e minacciosi verso altre persone, figuriamoci se verso coetanei e durante un momento di sport. Su alcune tribune invece irridere e offendere l’arbitro è ritenuto normale e ciò è socialmente agghiacciante, oltre a rappresentare quella cultura dell’alibi totalmente contrapposta a quella sportiva». La conclusione, fa riflettere. «I nostri ragazzi e le nostre ragazze vanno in campo a fare sport, divertirsi, crescere come persone e come arbitri. Possono sbagliare perché l’errore fa parte del fare sport, della poca esperienza per la maggior parte di loro, fa parte del processo di crescita e dovrebbero poter sbagliare serenamente, come i baby calciatori che falliscono un gol a porta vuota. Stigmatizziamo questi comportamenti, augurandoci che parlare di queste cose, contribuisca a una crescita. In campo e fuori». l
 

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