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Si è spento Vittorio Bosi: lottò per i lavoratori dei Grandi Molini italiani a Livorno
Aveva 77 anni, per venti ha guidato l’azienda di via Leonardo Da Vinci. «Anche nella malattia ha conservato la sua pungente ironia»
LIVORNO. Per tre anni ha combattuto con la malattia, senza mai arrendersi, continuando a coltivare le sue passioni: le passeggiate in bici, la famiglia, il calcio in televisione e d’estate non ha mai mancato alle partite della Memorial Berardo Battaglieri, il torneo che gli amici del figlio giocano dal 1993. «Si è spento circondato dal nostro affetto», racconta Gabriele, che dal padre ha ereditato alcuni tratti somatici.
Vittorio Bosi, se n’è andato a 77 anni, lasciando la moglie Clotilde, la figlia minore Elena e tre bellissime nipoti Adele, Anna e Caterina.
Procuratore della Grandi Molini italiani, l’azienda che a Livorno, in via Leonardo Da Vinci, produce farine di grano tenero e di semole di grano duro per l’industria alimentare e gli artigiani, racconta la moglie: «Ci siamo conosciuti quando io avevo appena quindici anni. Insieme a Vittorio abbiamo attraversato la vita. Mio marito era un uomo carismatico, dotato di capacità intellettive, morali e professionali. Ha guidato la Gmi per oltre 20 anni dopo il fallimento della Casillo Silos, selezionando e impiegando l’intero organico del gruppo. Aveva forza comunicativa, sapeva coltivare le relazioni umani e si è sempre adoperato con i vari organi della città, autorità portuale, sedi amministrative affinché l’assetto lavorativo dello stabilimento potesse continuare. Allorquando la Gmi ebbe un calo produttivo e parte dei dipendenti furono sospesi per mancanza di fondi, si adoperò perché fossero in breve reintegrati alle loro mansioni».
La famiglia era il suo centro. «Marito da 50 anni, padre attento, nonno premuroso si è oltremodo dedicato a loro con presenza amore e autorevolezza. Sempre pronto, anche nella malattia all’ironia, al dialogo, alla battuta talvolta pungente, amava la sua città, la gente tutta con le sue tradizioni, con il suo linguaggio e i metodi talvolta trasgressivi del cuore livornese», conclude la moglie.
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