Omicidio Cacciavite: «L'arma del delitto ritrovata grazie a una fonte confidenziale»
Livorno: nel processo che vede imputati due livornesi per il delitto di Alfredo Chimenti hanno parlato i poliziotti. Il revolver è stato distrutto
Livorno «La pistola con cui Riccardo Del Vivo ha ucciso “Cacciavite” l’abbiamo trovata grazie a una fonte confidenziale». A parlare, davanti alla corte d’assise del tribunale, i poliziotti che qualche anno dopo il delitto di Alfredo Chimenti insieme ai sommozzatori dei vigili del fuoco ritrovarono il revolver con cui il socio del circolo “La Garuffa” è stato ammazzato all’alba del 30 giugno del 2002 in piazza Mazzini, sotto la sua abitazione. Ad agire – lo ha ammesso lui stesso – proprio il settantatreenne Del Vivo, condannato a dieci anni in rito abbreviato e da quando ha deciso di collaborare con la giustizia emigrato in una località segreta, dove tuttora vive.
Il ritrovamento
La pistola venne ritrovata nel 2006 dagli agenti della questura che all’epoca indagavano sull’omicidio. Un’arma non più utilizzabile ed erosa, quella affiorata quattro anni dopo la tragedia. L’omicidio, per altro, è rimasto a lungo irrisolto, visto che la svolta c’è stata solo 19 anni dopo, nel settembre del 2021, con gli arresti del sessantacinquenne portuale Massimo Antonini (ancora in carcere) e del cinquantaduenne Gionata Lonzi, ora libero. A difenderli l’avvocato Massimo Tuticci, assistito dai colleghi Riccardo Melani (per Antonini) e Luca Cianferoni (per Lonzi). Fondamentale la confessione di Del Vivo, che ha illustrato agli inquirenti quello spaccato di Livorno che mancava per comporre il puzzle, parlando anche di traffico di droga, estorsioni e usura. Testimonianze che hanno dato il via a diverse indagini della procura.
Gli imputati
Secondo l’accusa – titolari dell’inchiesta il procuratore Ettore Squillace Greco e il pm Niccolò Volpe, che per le indagini avevano delegato i carabinieri del nucleo investigativo – sarebbe stato Del Vivo a sparare (lo ha confessato, aggiungendo però che non voleva ucciderlo, «ma solo spaventarlo»), mentre Antonini lo avrebbe accompagnato in motorino in piazza Mazzini, ritornando indietro con lui, e Lonzi avrebbe procurato al settantatreenne il revolver poi ritrovato. Secondo gli inquirenti sarebbe stata quella, inequivocabilmente, l’arma del delitto, nel frattempo distrutta.
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