Il Tirreno

Livorno

La testimonianza

Uranio impoverito, il parà risarcito: «Come una macchina delle radiografie all’interno del mio corpo»

di Stefano Taglione

	Un militare mentre rileva tracce di uranio impoverito (foto d'archivio)
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Un militare mentre rileva tracce di uranio impoverito (foto d'archivio)

Livorno, parla il caporal maggiore di 42 anni: «Andavo spesso a Bibbona»

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LIVORNO. «Il mio lavoro era quello di pulire i mezzi rientrati dai teatri bellici. Ho operato alle Casermette di Bibbona, ma non solo lì, anche in altre basi toscane. Ricordo che un mese prima che mi ammalassi, un maresciallo, ci parlò dei rischi che correvamo: inalare quelle polveri voleva dire avere una macchina delle radiografie all’interno del tuo corpo». Il caporal maggiore oggi ha 42 anni, non fa più parte dell’Esercito italiano, e nel frattempo si è trasferito dalla Toscana.


Come sta oggi?

«Bene, mi sono ripreso. La malattia non è scomparsa, sta solamente dormendo. E purtroppo mi ha lasciato dei bruttissimi strascichi: ho avuto un grosso indebolimento delle difese immunitarie e in qualsiasi momento sono aggredibile da ogni infezione batterica».

Dopo 20 anni, il tribunale, ha riconosciuto che la sua malattia è dovuta proprio al servizio trascorso alle dipendenze del ministero della Difesa.

«Ci è voluto tantissimo tempo per avere ragione e alla fine sono molto soddisfatto della sentenza».

Lei, dall’esercito, è stato congedato ad appena 20 anni.

«Sì, subito. Avrei voluto fare carriera, non certamente che finisse così. Non posso comunque parlare male del ministero della Difesa, perché loro avevano chiesto un parere al ministero dell’Economia e delle finanze, che fino alla sentenza si era sempre rifiutato di riconoscermi l’indennizzo. Il parere di quest’ultimo dicastero è vincolante, quindi la Difesa, che non è certo il ministero che ha sempre negato, non ci poteva fare niente».

Cosa ricorda del suo periodo trascorso a Livorno, alla caserma Vannucci?

«Ero di base lì, poi mi spostavo per ragioni di servizio, ad esempio a Bibbona. Ricordo che c’erano tanti depositi, alcuni pieni di materiale accatastato. Ci hanno distrutto con la malattia...».

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