Dopo anni di bilanci in utile, il negozio di calzature chiude: «Pensavo di arrivarci alla pensione»
Abbassa le saracinesche anche Cantini Calzature. «Vendevo troppo poco»
LIVORNO. Quando rilevò l’attività nel 2013 pensava che sarebbe stato per sempre, o quasi. «Il negozio era molto famoso. Aveva la fama di essere redditizio. Chiudeva tutti i bilanci in utile. Pensavo fosse una buona occasione fino alla pensione», racconta a Il Tirreno Giuseppe Ciampagna, titolare di Cantini Calzature, storico negozio di scarpe in via Magenta, dove da giorni le saracinesche sono state abbassate per sempre. Uno dei tanti negozi strozzati dalla crisi del commercio.
Il negozio aprì i battenti al numero civico 69 nel 1954. All’epoca si chiamava Riccioni come il proprietario di allora. Poi nel 1958 l’attività passò in mano a una collaboratrice dell’attività, Vania Vannucchi, che cambiò il nome al negozio: diventò Cantini. Nel 2013 arrivò appunto Ciampagna. Lui veniva dal mondo alberghiero. Dal 1979 era proprietario dell’albergo Mio Hotel. Possedeva l’attività, non l’immobile. Quello finì dentro un fallimento legato al proprietario della mura. «Mi dissero di lasciare immediatamente l’albergo altrimenti mi avrebbero denunciato per turbativa d’asta - racconta Ciampagna -. Avevo ancora parecchi anni per andare in pensione, quindi iniziai a guardarmi intorno e trovai questa attività che mi sembrava facesse al caso mio».
Il negozio era già avviato ed era un punto di riferimento per tanti livornesi, non solo residenti della zona. E in un primo periodo funzionava, poi ha smesso. «Avevo più di tremila clienti, ma se vengono un anno si e l'altro no alla fine faccio 1.500 vendite all’anno e non ci campo», spiega.
I problemi, secondo Ciampagna, sono due. Anzitutto il «disorientamento del cliente». Soprattutto «sulle scarpe primi passi». Oggi, dice, «vogliono marchi griffati anche per bambini, solo qualche nonna veniva ancora a cercare scarpe per insegnare a camminare ai bambini». Poi, continua, «c’è un problema nella strada».
In via Magenta, dice, «ci passano 35, 40 ambulanze al giorno e 400 autobus. È più pericoloso attraversare questa strada che l’Aurelia. L’hanno fatta Ztl, ma le auto continuano a passare anche se non hanno diritto. Magari l’avessero fatta pedonale! Come se non bastasse non ci sono nemmeno parcheggi. La gente è scoraggiata a venire in questa zona a fare acquisti. Mancano poi negozi importanti, nessuno si sogna di aprirlo qui. Nemmeno i cinesi che stanno aprendo ovunque vengono. Ci sarà un motivo».
Ciampagna, alla fine, è stato costretto a lasciare il fondo per morosità. «Morosità che non ci sono già più perché ho pagato tutto». Ma nel frattempo le saracinesche della sua attività sono state abbassate per sempre. «E ora vado avanti con la pensione che mi sono fatto quando lavoravo come albergatore».
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