Aids, record di casi a Livorno. Sani: «In tanti manca la percezione del rischio, usate il profilattico e fate il test»
Il primario: «Scoprire presto di essersi contagiati permette di iniziare terapie ben tollerate che permettono di fare una vita normale. Diventa come prendere la pasticca per la pressione»
LIVORNO. Dall’inizio dell’anno a Livorno 25 persone hanno scoperto di aver contratto l’Hiv. Più di una ogni dieci giorni se togliamo i sabati e le domeniche. Di queste ben 15 sono arrivate alla diagnosi quando il virus si era già trasformato in malattia, dunque erano in Aids conclamato. 18 sono maschi, 7 sono femmine. 17 sono italiani. Tutti sono diventati sieropositivi tramite rapporti sessuali. Uno aveva anche il vaiolo delle scimmie.
I dati forniti dal dottor Riccardo Pardelli, infettivologo responsabile della sezione Aids del reparto di Malattie Infettive, fotografano un quadro allarmante nella nostra città e in provincia. Che è la conferma di una situazione che ormai dura da anni. Basti pensare che l’anno scorso – numeri dell’Agenzia regionale per la sanità – agli Spedali Riuniti sono stati scoperti più casi di Aids di tutta la Toscana: 18, rispetto ai 15 di Pisa e ai 17 di Careggi. Numeri ridotti rispetto agli anni precedenti a causa del Covid che ha rallentato anche le diagnosi, ma che continuano a vederci in testa alle classifiche: nel 2019 eravamo a 28 (Firenze 24, Pisa 19), nel 2017 eravamo a 33 (Pisa 28, Firenze 22).
Cosa significa? Che l’Aids, di cui non si parla quasi più se non il primo dicembre in occasione della giornata mondiale, c’è ancora. Ed è ancora letale. «Nei primi undici mesi di quest’anno abbiamo avuto 8 decessi – spiega il primario di Malattie Infettive Spartaco Sani –, l’anno scorso sono stati sette. Sono morti che devono essere considerati sull’intera platea dei malati che abbiamo in cura, cioè oltre 750 persone».
Dottor Sani, perché questo record?
«Un tempo la spiegazione era legata all’altro numero di tossicodipendenti, ora il cento per cento dei casi è a trasmissione sessuale: omo, etero e bisessuale».
C’è un problema di superficialità nei rapporti sessuali?
«È un problema anche culturale. E questo è reso ancora più palese dal numero di persone che arrivano ormai in Aids conclamato».
Perché?
«Chi arriva con la malattia sviluppata, ha una patologia presente da anni di cui non si è reso conto. Manca la percezione del rischio. C’è una parte di popolazione che non ci pensa, la gente continua a non rispettare le regole della prevenzione, è inconsapevole. Vengono qui e scoprono di essere malati».
Quali sono i sintomi?
«Quando arrivano da malati hanno gravi complicazioni. Le patologie infettive indicative dell’Aids conclamato sono l’encefalite da toxoplasma, i linfomi cerebrali, la meningite da criptococco, le polmoniti da Pneumocistis, il sarcoma di Kaposi, tutte molto impegnative dal punto di vista clinico».
La medicina ha fatto passi da gigante nella terapia per i sieropositivi, ma si continua a morire.
«Nella stragrande maggioranza di questi casi ci si fa a riprenderli, ma alcune patologie sono complesse, abbiamo farmaci antivirali efficaci ma in chi ha queste infezioni associate, producono la sindrome da immunoricostituzione che rende più complicato il recupero. E spesso il primo anno di cura è un calvario. In questo momento in reparto abbiamo due ricoverati per Aids severo, sono entrambi gravi».
Resta fondamentale fare il test e controllarsi.
«Un soggetto sieropositivo che non ha manifestato malattie, oggi può sottoporsi a terapie che sono stra-tollerate dall’organismo. Appena scoperta la positività si iniziano i farmaci che si possono fare per decenni senza conseguenze. Oggi la terapia per l’Hiv è come la pasticca per la pressione».
Addirittura?
«Le dirò che con le cure che ci sono oggi, è meglio l’Hiv del diabete, o meglio che può essere peggio un diabete che non si controlla rispetto a un Hiv scoperto presto e rapidamente trattato, prima cioé dell’arrivo dell’immunodeficenza e della comparsa di queste strane forme infettive che si vedono solo in chi è pesantemente immunocompromesso».
Ma resta una resistenza notevole a fare il test, per motivi di privacy. Insomma per molti non è come farsi delle semplici analisi del sangue...
«L’Aids si previene in due modi: usando il profilattico nei rapporti sessuali e poi facendo il test. I test vanno fatti in maniera continuativa se si hanno rapporti a rischio. In questo senso è fondamentale il ruolo dei medici di famiglia. Il test tra l’altro è anonimo e gratuito. La diagnosi precoce è la soluzione per salvare la propria vita e quella degli altri. Chi fa la terapia oltretutto non è contagioso, può fare una vita normale da tutti i punti di vista, anche sostenere gravidanze senza conseguenze».
Qual è l’età più colpita?
«L’età media di chi scopre di essere sieropositivo è tra i 30 e i 45 anni. Ma la malattia si prende a tutte le età e a qualsiasi età bisogna pensare di fare il test per l’Hiv. Spesso i nostri pazienti maschi ci raccontano di essere bisessuali, ma ci sono anche tanti etero, gente che ha rapporti promiscui e l’aumento forte dei casi di sifilide conferma il rischio».
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