Ingegnere livornese senza lavoro va in Messico e apre la scuola di kite surf: «Realizzato un sogno»
Nicola Bandecchi a 35 anni fece un patto con se stesso: «Dovevo stare un mese ora vivo nella Bassa California da quasi un decennio e ho brevettato un’idea»
LIVORNO. Ingegnere meccanico, momentaneamente non occupato. Studio, sacrificio, delusioni, poi la ricerca di un modo per ridare un senso alla vita. Un annuncio simile, Nicola Bandecchi, lo affisse sulla bacheca della sua mente, arrivato a 35 anni nel 2014. Qualche ferita nell’anima curata nel frattempo dalle sue passioni: il mare, il basket e il Livorno. Alla ricerca di una svolta, cominciando a fare ordine dentro.
Passa l’estate, con 10 anni da ingegnere («tutte fregature. ..») , sfrutta i mesi di disoccupazione e parte per un viaggio di tre settimane in America. Ci rimane per tre mesi, provando ancora a fare l’ingegnere. Intanto, scade il permesso di soggiorno, torna a Livorno ma rifà subito la valigia per trascorrere un mese in Messico. «Trenta giorni, son diventati otto anni, ho anche preso moglie in Messico. Lei si chiama Kenny ed è la donna più bella e dolce che ci sia. L’aria dei Quattro Mori, torno a sentirla in luglio e agosto; quando vengo a trovare i miei genitori e i miei amici».
Ma la svolta quando arriva? In quello stesso periodo, perché, pensando a cosa fare, scopre che c’era un’incredibile richiesta di istruttori di Kitesurf. Una delle passioni labroniche, può diventare un lavoro? Quasi non ci crede, ma è tutto vero. Una pacchia. Partecipa ad un corso per istruttori e diventa arruolabile. «Ho girato il mondo, tenendo però base sempre in Messico, non dimenticando mai la mia città perché sono di quelli che tengono in casa la sciarpa amaranto e penso sempre alla bellezza della nostra Terrazza Mascagni». La scorsa estate è rimasto a Livorno più del previsto, per riprendersi da un incidente stradale che lo ha costretto pure al ricovero in ospedale. «Proprio quando avevo appena iniziato con una scuola aperta su una spiaggia vicino all’hotel Rex. Fitness sul sup, chiamandolo crossup. Già un sacco di gente in pochi giorni, facendomi capire che ogni anno, per quei due mesi a Livorno, potevo fare attività anche qui. Forse ci riproverò nel 2023».
La conversazione con Nicola, ala-pivot dalla mano vellutata ai tempi juniores, procede. La sua voce arriva dallo stato della Baja California, la penisola che si trova sotto Tijuana. Lunga e stretta. Lui è proprio in fondo, dove ci sono località molto battute dai turisti, come Capo San Luca e La Paz. Il suo regno è a La Ventana, Baja California del Sud, col West Coast Kite. Sui social avverte tutti quelli che lo conoscono che ha finalmente aperto la scuola tutta sua di kitesurf, quello che si pratica anche da noi, a Vada e Calambrone («dove cominciai a imparare io») oppure ai Tre Ponti («ma solo se sei già bravo, altrimenti, ti uccidi») , e di wing foil. Disciplina quest’ultima, adatta sia ai bambini che agli anziani. Perché non si sta attaccati all’aquilone (come lo chiamano in molti) del kite, ma si pratica tenendo fra le mani un’ala gonfiabile che permette di sfruttare il vento stando a bordo di qualsiasi tavola. Si è messo in società con un canadese («che però non c’è mai ed ho quindi carta bianca») ed è felice. «Finalmente una cosa il cui successo o meno, dipende interamente da me, una cosa in cui posso dimostrare anche una capacità imprenditoriale».
C’è un hotel sulla spiaggia, dove arrivano soprattutto canadesi e americani perché quella è una delle cinque zone migliori al mondo per praticare queste discipline. È un turismo sportivo. Con possibilità anche di immersioni che danno modo di vedere balene, squali di tutti i tipi, orche, foche, leoni marini, una barriera corallina stupenda. «Partono e arrivano nuovi. È un ciclo continuo. Con la situazione perfetta: mi diverto, faccio divertire e guadagno. La nostra posizione geografica ci pone sul versante chiuso della penisola. Come se in Italia fossimo sull’Adriatico. Se si va invece sul Pacifico, che dista poco più di un’ora di macchina, ci sono onde stupende. E lì, diventa terreno esclusivo per i surfisti puri, in attesa di cavalcare il mare come si vede in qualche film, magari sentendoci in sottofondo Surfin’ Usa, cantata dai Beach Boys».
Va bene fare lo sportivo, va bene divertirsi mentre si sta in mare, ma l’ingegnere meccanico ogni tanto si sveglia e si impossessa di questo biondo un po’ abbronzato. Che non fa resistenza, ma asseconda la parte più pragmatica che c’è in lui. Anzi, i due Nicola, in questo caso, fanno squadra sposando la passione con l’inventiva. Un brevetto. «Una ganzata alla quale non aveva mai pensato nessuno e non capisco come mai. A volte è proprio vero. Le cose o certe soluzioni sono talmente semplici che non si pensa che invece non sono state ancora inventate». Bandecchi è partito dall’immaginare un simulatore. Comincia a disegnarlo per dare un senso concreto all’idea e trova chi gli finanzia la patente. Un brevetto mondiale, che gli consente per 33 mesi di avere in esclusiva il diritto a costruire l’attrezzo e distribuirlo in tutto il globo. Un simulatore di foil, con la tavola da surf che si solleva e fluttua nell’aria. Tipo le barche della Coppa America che hanno le appendici alari che le fanno letteralmente andare come missili, annullando l’attrito dell’acqua. Si chiama surf foil e lo comincerà a produrre a brevissimo a Livorno. Se ne occuperà la Compolab, una azienda di ricerca e sviluppo di ingegneria. Il prototipo dovrebbe essere pronto per fine gennaio. Semplice, intuitivo, realistico, simulatore della realtà pur stando fermi. «De, una genialata. Alla fine l’università non è stata tempo sprecato e la laurea, mi è servita. La vita è strana, certe soddisfazioni te le devi sudare e magari arrivano quando meno te lo aspetti. Senza più sperarci, è arrivata quell’onda giusta. Di quelle che si potranno raccontare ai figlioli. Quando arriveranno».
Non lasciare decidere l'algoritmo:
scegli Il Tirreno per le tue notizie su Google
