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Il basket piange coach Cianfrini. La figlia: «I pranzi con Rolle, la riconoscenza e quei giocatori come figli»

di Federico Lazzotti
Il basket piange coach Cianfrini. La figlia: «I pranzi con Rolle, la riconoscenza e quei giocatori come figli»

L'allenatore scomparso a 80 anni che ha segnato un'epoca. Il ricordo: «Tutti lo rispettavamo perché con lui diventavi una persona migliore»

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LIVORNO. Settembre 2021. Paolo Cianfrini è tornato a Livorno, ospite della figlia Monica, dopo essersi trasferito all’isola d’Elba dove è

scomparso lunedì 24 ottobre a 80 anni. Un pomeriggio Fulvio Tasca, ex ragazzo della generazione dorata della pallacanestro livornese, chiama il suo ex coach: «Paolo, stasera facciamo allenamento con quelli del maxi basket (si parla di ragazzini di oltre 50 anni ndr) vieni?».

Cianfrini accetta. Quello che successe quella sera sul parquet lo racconta la figlia dell’allenatore. «Arriva a casa col muso. E gli chiedo: “Babbo, cos’hai?”. Mi risponde che i giocatori non hanno fatto riscaldamento, che lui si è arrabbiato e alla fine li ha costretti a fare un suicidio (correre toccando tutte le righe del campo ndr)».

Paolo Cianfrini non era cambiato da quando, negli anni Ottanta, le sue urla per un blocco portato male o un tiro forzato, si sentivano dal PalaDeGubernatis di via Cecconi fino a piazza Roma. Era il mondo, anche quello della sua amata pallacanestro, ad esserlo, tanto da fare fatica anche a guardare una partita. «Ultimamente – prosegue la figlia maggiore – non si riconosceva più in questo basket. E ci soffriva. Prima guardava i giocatori che aveva allenato. Adesso in giro ne erano rimasti pochi. Anche quando veniva a vedere suo nipote giocare diceva che alle nuove generazioni non insegnano più i fondamentali come una volta».

Lui di fondamentali, in mezzo secolo in panchina, ne ha insegnati a secchi a generazioni intere. Ma la sua carriera di produttore di talenti è legata a doppio filo alla PL 1966, con la quale vinse due titoli italiani (Cadetti e Juiniores) con Bonaccorsi, Aldi, Tosi. Successi che gli aprirono le porte del grande basket: vice allenatore di Sacco e Di Vincenzo, poi l’esperienza a Pistoia. Allenatore benemerito, coach Fiba e formatore Cna, dopo aver cominciato la carriera nel 1956. «Gli dissero che come giocatore non aveva futuro, ma con quel carattere poteva sfondare in panchina». E così è stato: schietto, sincero, padre e padrone. Tanto che ieri quando si è sparsa la voce della sua scomparsa, avvenuta all’ospedale di Portoferraio, tutto il basket livornese e non solo si è fermato per ricordare il maestro.

«Di tutti quelli che ha allenato – racconta Paolo Orsini, uno degli ultimi ragazzi ancora in attività – nessuno te ne parlerà male. È vero faceva dei cazziatoni memorabili. Una volta ricordo in via Cecconi che spinse Massimo Pezzotta, un omone di più di due metri, da metà campo fino al muro della palestra. Lui, nonostante la mole non reagì. Il motivo? Ti rendevi conto che aveva ragione Paolo. E quindi lo rispettavi perché se ti riprendeva era per insegnarti, non perché ce l’avesse con te. Per Paolo erano tutti uguali».

Ecco perché dalla scotola la dei ricordi familiari emergono aneddoti che profumano di un altro universo. «Io e mia sorella – racconta ancora la figlia Monica – siamo cresciute a pane e pallacanestro. I suoi giocatori facevano parte della famiglia, erano come figli. Pensate che Elvis Rolle suonava a casa nostra prima di pranzo e chiedeva a mia mamma: “Che cosa hai preparato?”. Poi si metteva a sedere con babbo e parlavano di basket. Un’altra volta a Pistoia Ron Rowan sbagliò a fare benzina, non ricordo se mise il Diesel invece della Super o viceversa. Ma babbo lo andò a riprendere in mezzo al nulla».

Proprio la scomparsa della moglie Mirella un anno e mezzo fa e l’uscita dal parquet lo avevano ferito: «Senza mamma si era lasciato andare e per lui non stare più in campo era come avergli amputato un braccio. Forse – conclude con un filo di amarezza – si aspettava un po’ di riconoscenza». Di quella di oggi avrebbe sorriso. l

 

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