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Livorno, il rider sopravvissuto al frontale: «Pensavo di morire come Willy» – Video
Il fattorino coinvolto nello scontro in corso Mazzini è salvo e ricoverato in ospedale. «Ho avuto paura di non farcela: la mente è andata al mio bambino di sette anni»
LIVORNO. Ultimi quindici minuti di turno. Una curva, zaino in spalla. Un’altra. E un’altra ancora. Verso l’ultima consegna della serata. Poi, il muso di quell’auto. Proprio di fronte a lui. «Ho tentato di frenare con lo scooter, ma non sono riuscito a evitarla. Mi ci sono ribaltato sopra. E a pensarci è andata bene perché se fossi finito sotto il cofano probabilmente sarei morto. Come William». Mohamed Jeridi di professione fa il rider. E domenica notte è rimasto coinvolto nel frontale di corso Mazzini. Si è schiantato contro una Bmw e alla fine se l’è cavata con una frattura alla gamba. «Sono un padre single e ho pensato a mio figlio – racconta –. Se fossi morto o se fossi rimasto invalido non avrei più potuto occuparmi di lui».
L’incidente
Jeridi parla dal letto d’ospedale in cui è ricoverato da dopo l’incidente. È in Ortopedia, è stato operato a una gamba e sta meglio. Ma di certo non potrà mai dimenticare ciò che gli è capitato su quel fazzoletto d’asfalto racchiuso tra corso Mazzini e Borgo San Jacopo. «Mi stavo occupando dell’ultimo ordine da consegnare, cioè alcune sigarette. Ho preso viale Italia, per poi andare verso corso Mazzini. Arrivo lì (all’incrocio con Borgo, ndr) e c’era questa Bmw che stava svoltando. Io ho cercato di frenare. L’auto, invece, ha accelerato, probabilmente nel tentativo di passare prima che arrivassi io». E c’è stato l’impatto. Un frontale violentissimo che ha distrutto lo scooter di Jeridi. «Non sono svenuto, ma ero molto in difficoltà. In tanti, comunque, hanno cercato di aiutarmi come potevano, anche chiamando l’ambulanza. L’automobilista, invece, è scappato. Poi ho saputo che è andato a consegnarsi alla municipale». Jeridi può raccontarlo, ma la paura è stata tanta. E la mente torna indietro di sette mesi. Va a William De Rose, il rider trentenne di Deliveroo morto il 25 marzo scorso dopo essersi scontrato con una Maserati sul viale Marconi.
Far west traffico
«Vorrei dire a tutti – sottolinea Jeridi – di fare più attenzione quando si è su strada. Questo vale sia per i pedoni, che spesso attraversano senza guardare, che per le auto. Livorno sotto questo punto di vista è il far west. E quando torno a casa dal lavoro mi dico sempre: meno male che anche oggi non sono morto». Ma domenica scorsa la paura è stata tanta.
Il lavoro da rider
Trentanove anni tra pochi giorni e origini tunisine, Jeridi vive a Livorno, in un appartamento di via Gobetti, in Corea, con suo figlio di sette anni. E non è sempre stato un rider. «Ho iniziato a febbraio di quest’anno – racconta – prima lavoravo per la Webb James, un’azienda che si occupa di vendita all’ingrosso di spezie». Ma a un certo punto ha deciso di cambiare.
L’amore per il figlio
«L’ho fatto per via degli orari. Non riuscivo a occuparmi di mio figlio come avrei voluto e ho pensato che il lavoro da rider mi avrebbe garantito una migliore organizzazione del tempo. E un lavoro molto flessibile per un padre single. Quando devo portare il bimbo a scuola per me è l’ideale. E con le consegne riesco a guadagnare ciò che serve a me e a mio figlio. Non ho vizi e i soldi mi bastano. Il pericolo è appunto la strada». Per i guadagni di un rider il fattore tempo è indispensabile. «Il tempo è molto importante perché se non fai consegne veloci guadagni meno. Credo che se si volesse migliorare questa situazione potrebbe essere prevista una paga oraria. Ma nel mio caso il tempo non c’entra. Quell’auto non si è fermata. Sarebbe successo anche se mi avessero pagato a ore anziché a consegna». Jeridi è dolorante, mentre parla, ma è felice di essere vivo. E i pensieri sono sempre stati per suo figlio, anche la notte dell’incidente. «Vivo solo con lui e dovendo restare in ospedale, domenica ero molto in difficoltà. Per fortuna mi ha aiutato un amico». E ora Mohamed non vede l’ora di rimettersi per tornare a casa dal suo bambino.
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