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Da Silverstone alle bici da buttare: la storia dell’ex campione del motomondiale

Pier Luigi, nato a Livorno il 15 giugno 1946, col fratello Walter ha avuto per anni in via Fiorenza una attività di rivendita moto molto conosciuta ed apprezzata di tutte le marche giapponesi
Pier Luigi, nato a Livorno il 15 giugno 1946, col fratello Walter ha avuto per anni in via Fiorenza una attività di rivendita moto molto conosciuta ed apprezzata di tutte le marche giapponesi

Livorno, Pier Luigi Conforti è stato iridato nella 125: «Si deve acquistare a poco prezzo, sistemare e rivendere a una cifra conveniente poi per chi compra»

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LIVORNO. «Ibra, ce n’hai bici a poino?». A fare la domanda, è un livornese docg; capelli canuti, questa figura che si avvicina ai due senegalesi all’ingresso della stazione ecologica di via Cattaneo, dà proprio l’aria di essere uno “di casa”. Tant’è che poco dopo, prende una sedia in mezzo a loro e si siede. Incuriosisce la familiarità che c’è, così come vien voglia di ascoltare perché chieda se siano capitati mezzi a due ruote buoni da restaurare. «La politica è chiara - dice-; si deve acquistare a poco prezzo, sistemare e rivendere a una cifra conveniente poi per chi compra. Un lavoro fatto bene nel mio garage, una bici da rimettere in strada per una seconda vita da consumare, e un guadagno per me di pochi euro che di questi tempi servono sempre per arrotondare». Abita vicino, in un appartamento in affitto di via Caduti del Lavoro. Attraversa Viale Nazario Sauro e arriva dritto fino a costeggiare l’impianto “Livorno Sud”che corre parallelo al vecchio PalaAllende, l’attuale PalaMacchia.


Più che lo si guarda, più che quel viso ti ricorda qualcuno. Sino alla lampadina della memoria che si accende. Quest’uomo, 76 anni compiuti, è Pier Luigi Conforti. Un nome che per i più giovani dice niente, ma per chi è vicino alla cinquantina, significa un facile riferimento al pilota che arrivò a confrontarsi coi migliori nel motomondiale e a “Conforti Moto”, in società col fratello maggiore Walter in via Fiorenza.

Nel circuito iridato cominciò in classe 125, nel ’75, in occasione del Gran Premio delle Nazioni in sella ad una Malanca nella Classe 125. Con i grandi delle due ruote, restò fino all’82, alternando le partecipazioni fra la ottavo di litro e la 250 . Una volta, riuscì anche a vincere e, specialmente all’epoca, non era certo facile se non si era nel giro degli “ufficiali”: fu il GP di Gran Bretagna del ’77, sul circuito di Silvestone che si disputò in sostituzione del Tourist Trophy, in sella a una Morbidelli 125. Era il 14 agosto e, nella classe regina (la 500) fu anche il giorno dell’ultima gara di Giacomo Agostini su Yamaha. Solita generazione di Renzo Colombini, altro grande centauro livornese, morto l’8 luglio del ’73 a Monza, 49 giorni dopo la tragedia sempre sul medesimo circuito che vide la scomparsa di Pasolini e Saarinen. Un personaggio, insomma. Conosciuto in città per essere uno sportivo, ma anche per l’attività commerciale dove non era difficile trovarlo se non era ad allenarsi in pista o a gareggiare.

«Altri tempi, tempi d’oro. Niente globalizzazione, niente distributore per le moto giapponesi. Ora, vai alla fiera Eicma di Milano, vedi le novità e fai l’ordine. Un imprenditore capace, prendeva l’aereo e andava nel paese del Sol Levante. Unico modo per avere nel vecchio continente, negli anni ’70, una moto di g rossa cilindrata, di elevate prestazioni, realizzata con moderni criteri meccanici, comoda, confortevole, esteticamente bella, mezzo di oltre 700 centimetri cubici capaci di fornire una velocità di punta di 180-200 chilometri orari, motore quattro tempi e cinque marce. Con mio fratello, facevamo acquisti da 60 milioni di lire ogni volta e dopo un mese, arrivavano le moto imballate nei cartoni. Se ne vendevano 7-8 al giorno. Le avevamo tutte, all’inizio. Yamaha, Suzuky, Kawasaky, Honda. Quest’ultima, poi la lasciammo a Carlo,Balzarini, “Carletto”. Si guadagnava quello che si voleva. Circolavano i soldi, l’economia della città volava. Dal porto al commercio, le fabbriche, gli artigiani. Tutti lavoravano e tutti compravano.

Come rivenditori, riuscivamo ad avere ottimi guadagni. E le liste d’attesa si sprecavano». Poi, le cose cominciarono a non andare più bene. «Vicissitudini, questioni di famiglia mal gestite, io che pensavo troppo alle corse e non avevo la situazione sotto mano. La ditta fallì e ormai da qualche anno faccio il pensionato». Non pensa più alle moto, meglio le bici. «Non ho mai posseduto una moto mia. Ci salivo solo quando ero in pista. Troppo pericolosa per andarci in città...».l

F.L.
 

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