Il Tirreno

Livorno

«Il 2 luglio ero al consolato a Roma»: il macellaio accusato dell'omicidio della moglie parla alla corte d’assise

Stefano Taglione
Youssef El Haitami
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Youssef El Haitami

Livorno: Youssef El Haitami, 56 anni, è imputato per il delitto di Ginetta Giolli, trovata morta a 62 anni sul letto con il cranio fracassato a martellate. Nell'udienza del 18 luglio la polizia ha fornito alcuni chiarimenti investigativi ai giudici

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LIVORNO. «Il 2 luglio sono andato Roma (al consolato marocchino ndr) perché volevo informazioni sulla carta di identità scaduta e sul passaporto. Mi ero registrato sia al consolato di Bologna che a quello della Capitale, ma a Roma era più agevole».

A parlare, con una dichiarazione spontanea alla corte d’assise del tribunale, è stato Youssef El Haitami, il macellaio marocchino di 56 anni imputato per l’omicidio della moglie Ginetta Giolli, la sessantaduenne trovata morta con il cranio fracassato a martellate il 3 luglio dell’anno scorso sul letto del suo alloggio popolare di via Garibaldi 425, alla Guglia. Il giorno dopo la scoperta, fatta dai vigili del fuoco grazie all’amica Chiara Casciana che aveva dato l’allarme al 112 dopo che non la sentiva da quasi 48 ore, El Haitami – molto conosciuto a Livorno e che per diverso tempo insieme ad altre persone ha vissuto nella torre della Cigna occupata – era stato arrestato dalla polizia con l’accusa di omicidio volontario. L’uomo, che quella sera si trovava a casa con lei, ha sempre respinto tutte le accuse. E nella mattinata del 18 luglio, per la prima volta, difeso dall’avvocata Barbara Luceri ha parlato alla corte d’assise del tribunale, presieduta da Luciano Costantini, in seguito alle parole di Giuseppe Lodeserto, il dirigente della Squadra mobile chiamato a rendere partecipi i giudici togati e popolari del supplemento istruttorio chiesto nell’ultima udienza proprio in merito alla visita al consolato che El Haitami, interrogato in carcere, aveva rivelato al pm Pietro Peruzzi rispondendo alle sue domande su ciò che avesse fatto il giorno dopo la morte della consorte (il matrimonio, come ammesso anche da diversi testimoni, era di comodo e pagato col denaro per ottenere il permesso di soggiorno in Italia).

Il vicequestore aggiunto ha spiegato di aver «verificato che El Haitami avesse un passaporto rilasciato dalla sede di Bologna, scaduto da un anno» e che, sempre e solo lì, «dovesse essere rinnovato». Una ricostruzione contestata dalla difesa, che ha invece ribattuto come «con la carta di identità marocchina scaduta l’unica possibilità per rinnovare il passaporto fosse andare nella Capitale», come dice di aver fatto l’imputato. Luceri, a Lodeserto, ha chiesto se questa eventualità, il caso specifico di El Haitami, fosse stato preso in considerazione: «Abbiamo accertato i quesiti – è stata la risposta – che ha chiesto la corte». «L’orario di apertura del consolato il 2 luglio era 9-15 – ha aggiunto il dirigente – e con il treno Intercity delle 11.50 da Cecina (El Haitami, alle 11.28, è stato inquadrato lì da una telecamera della stazione dopo esserci arrivato in bus da Livorno ndr) è arrivato alle 14.33. Facendo una simulazione con Google Maps, da Termini, l’arrivo al consolato sarebbe avvenuto alle 15.10, dieci minuti dopo la chiusura. L’imputato, però, ha dichiarato di essere sceso col treno a Grosseto e di averne poi preso un altro. Dando credibilità alle sue dichiarazioni, qualora fosse salito su un regionale, sarebbe arrivato a Roma alle 15.48, ben oltre l’orario di chiusura». L’accertamento di cui ha parlato Lodeserto riguarda il giorno successivo alla morte di Ginetta ed è teso a verificare la credibilità di El Haitami, che si è sempre professato innocente.

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