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Ecco Galatioto, il nuovo primario di Chirurgia a Livorno: «Più laparoscopia e useremo anche il robot»

Due anni dopo l’uscita di Viti il reparto ha un titolare: «Robotica per colon retto, ernie e laparoceli in accordo con Pisa»


08 maggio 2022 Giulio Corsi


Due mesi fa Christian Galatioto, 55 anni, proveniente dalla Chirurgia d’Urgenza Universitaria di Pisa, ha preso il timone del reparto di Chirurgia Generale, uno dei più importanti degli Spedali Riuniti, da cui passano ogni anno oltre 1400 pazienti.

Galatioto ha vinto il concorso per primario e diventa l’erede di Maurizio Viti, direttore della struttura per due decenni, andato in pensione nel dicembre 2020, che è stato sostituito con un lungo incarico a tempo, durato un biennio, da Andrea Carobbi, primario a Lucca e direttore del dipartimento chirurgico dell’Asl.

Galatioto era arrivato primo anche al concorso per dirigere la Chirurgia dell’ospedale di Massa, che si era svolto alla fine dell’anno scorso, ma la direttrice generale dell’Asl Maria Letizia Casani gli aveva preferito il secondo classificato.

Dottor Galatioto, alla fine è stato un bene non essere scelto per Massa…

«Chiaramente è nella facoltà del direttore generale poter scegliere tra i primi tre e così è accaduto. Per me inizialmente è stata una delusione al punto che avevo forti perplessità sulla partecipazione al concorso di Livorno. Alla fine e grazie anche al sostegno e all’aiuto del mio direttore, il professor Massimo Chiarugi, ho deciso di affrontare la selezione».

Aveva ragione Chiarugi…

«Confesso che quando ho visto la graduatoria e ho scoperto di essere arrivato nuovamente primo, ho temuto che si potesse ripetere lo stesso risultato finale di Massa».

Ma non è successo ed è diventato primario del principale ospedale dell’Asl.

«Mi è cambiata la vita. Ci speravo tanto. Non credevo fosse un obiettivo raggiungibile, soprattutto Livorno dove sembrava già tutto definito. In fin dei conti, forse, almeno dal punto di vista logistico, è andata anche meglio, poiché abitando a Pisa, è sicuramente più comodo e veloce andare a Livorno anziché a Massa».

Conosceva l’ospedale?

«No, non c’ero mai stato prima, seppure abbia fatto nel lontano 1992 il militare come allievo ufficiale medico in Accademia Navale».

Che effetto le ha fatto?

«La struttura ospedaliera purtroppo è un po’ datata. È vero che a breve termine ci dovrebbe essere la prospettiva dell’ospedale nuovo ma credo che oggi, esclusivamente dal punto di vista estetico, potremmo dare una migliore immagine all’utenza».

Si riferisce al suo padiglione?

«Sì. Devo dire che in viale Alfieri ho scoperto reparti belli e moderni che non hanno nulla da invidiare a quelli dell’azienda ospedaliera pisana, ad esempio la Rianimazione, l’Ortopedia o la Neurochirurgia. Purtroppo il 6° padiglione è rimasto indietro. E non possiamo dimenticare che il paziente oltre alle cure sanitarie, durante il giorno guarda anche tutto ciò che lo circonda…».

I medici li conosceva?

«Sapevo già che quest’ospedale aveva tante professionalità e tante potenzialità in grado di servire l’area di Livorno e non solo. Nei primi giorni ho conosciuto molti primari tra cui Roncucci, Sani, Pasanisi, Augusti, Santonocito, Camaiti».

Le prime settimane in reparto come stanno andando?

«Ho avuto un’accoglienza favorevole, sia da parte dei medici che degli infermieri. Abbiamo fatto incontri per valutare se modificare alcuni aspetti assistenziali in modo da adeguarci alle linee guida internazionali, ma per ora è solo l’inizio».

Che progetti ha?

«Il mio obiettivo è far sì che la maggior parte dei miei collaboratori raggiungano alti standard sia nell’assistenza in corsia che soprattutto nelle capacità chirurgiche».

Farà operare molto i suoi collaboratori?

«Io sono convinto che non serva un’unica figura che opera, ma tutti debbano saper fare la maggior parte della chirurgia, soprattutto per quanto riguarda la chirurgia d’urgenza».

Sa che il dottor Viti partiva anche alle tre di notte per fare un’urgenza?

«Non è più pensabile che il direttore sia l’unico riferimento per tutte le problematiche chirurgiche. Bisogna garantire con tutta l’equipe la stessa risposta a tutti i pazienti in qualsiasi ora del giorno o giorno della settimana. Un unico medico non può farsi carico personalmente di questa entità di lavoro. Anche perché i compiti del direttore vanno ben oltre l’attività assistenziale».

Ha già iniziato a muoversi in questa direzione?

«Ho già mandato dei colleghi a seguire dei corsi di formazione a Milano e Trento, altri andranno nelle prossime settimane. L’obiettivo è che tutti siano in grado di fare una chirurgia moderna e di alta qualità. Non so se riuscirò ad ottenere questo risultato con tutti, perché le qualità chirurgiche sono diverse, ma dobbiamo comunque lavorare in questo senso».

La chirurgia da anni sta molto cambiando. In che direzione ha puntato la prua?

«Bisognerà cercare sempre di più di proporre la chirurgia mini-invasiva laparoscopica sia in urgenza che negli interventi programmati. Questo è il mio obiettivo: sempre meno chirurgia open, cioè aperta. È chiaro che la open non sparirà, ma ogni volta sia possibile deve essere fatta la mini invasiva».

A che punto ha trovato il reparto sotto questo aspetto?

«Grazie al prezioso lavoro del dottor Carobbi siamo sulla strada giusta, ma dobbiamo implementare ancora».

In realtà l’ultima frontiera è la chirurgia robotica.

«E infatti il limite non dovrà essere la laparoscopia. A Pisa ho fatto nell’ultimo quinquennio anche la chirurgia robotica e recentemente ho già parlato con Andrea (Carobbi, ndr) di questo. Qualche collega dentro l’ospedale ha già iniziato questo percorso e io vorrei riprendere la collaborazione con l’azienda ospedaliera pisana: in alcuni interventi poter utilizzare il robot Da Vinci porta vantaggi per il paziente».

Oggi se un livornese volesse essere operato col robot dovrebbe andare a Pisa. Anche se va ricordato che il reparto di Urologia guidato dal dottor De Maria opera col Da Vinci i pazienti livornesi in alcune sedute dedicate agli Spedali Riuniti. Accadrà così anche per la Chirurgia?

«A me non sembra giusto che un paziente che sta a Pisa abbia questa possibilità e chi sta a Livorno no. Lo stesso vale per i colleghi: non è giusto che quelli che lavorano a 20 chilometri da Cisanello non possano formarsi con questa tecnologia. Perché dobbiamo essere penalizzati? Negli anni passati i chirurghi che non si sono avvicinati alla laparoscopia sono diventati inadeguati dopo un decennio, lo stesso potrebbe accadere col robot».

Pensa che un giorno possa esserci un sala robotica attrezzata anche qui da noi?

«Al momento altre ditte stanno entrando in questo mercato, è possibile che i prezzi si abbassino e noi non dovremmo perdere questa possibilità. Già in questo concorso era richiesta esperienza robotica».

In quale tipo di interventi vorrebbe utilizzare il robot pisano per i suoi pazienti?

«Oltre alla chirurgia del colon retto, un altro settore in cui la chirurgia robotica si sta molto sviluppando negli Stati Uniti è quello della riparazione della parete addominale e mi riferisco alle ernie e ai laparoceli. Si tratta di una patologia benigna ma per il paziente è spesso invalidante. In questo caso la laparoscopia ci consente di fare un intervento diverso da quello open, mentre con la chirurgia robotica ripercorriamo la stesso intervento della open ma con mini-accessi, dunque risparmiamo il trauma sulla parete ma offriamo una riparazione più solida. Con tre buchini mettiamo la protesi nello spazio giusto, mentre in laparoscopia purtroppo lavorare con strumenti rigidi sul tetto addominale è complesso. A Pisa la maggior parte della mia esperienza col robot è stata dedicata alla chirurgia della parete addominale, dove tale tecnologia ci consente di eseguire un intervento differente rispetto a quello in laparoscopia».

Quante possibilità ci sono che possiate usare il robot?

«Prima di andar via da Cisanello ho parlato con la professoressa Melfi (direttrice della Chirurgia toracica robotica di Pisa, ndr) e la dottoressa Briani (direttrice dell’Aoup, ndr) che hanno dimostrato interesse e disponibilità. Mi auguro che con l’aiuto del dottor Carobbi si crei una partnership».

Può esserci un problema di costi?

«Spesso le aziende sono più sensibili quando si parla di tumori, un po’ meno di patologie benigne. Ma se al paziente possiamo offrire un risultato migliore penso sia corretto darglielo. Penso per esempio ad alcune patologie urologiche particolarmente complesse ed indaginose da gestire in laparoscopia, per motivi anatomici e tecnici, in cui la Chirurgia robotica ha risolto il problema e evita di fare l’intervento in open».

Ha una squadra di chirurghi mediamente giovani. Che giudizio dà dopo due mesi?

«Come gruppo operiamo tanto: ho lasciato operare loro nel primo periodo, ho voluto vedere cosa fanno. Stiamo cercando di modificare le strategie chirurgiche per ottenere uno standard comune. Lo stesso intervento si può fare in molti modi, ho cercato di capire e prendere le loro cose positive e unirle alla mia esperienza».

I primari hanno un’interazione forte anche col territorio, dunque con i medici di famiglia. Che messaggio manda?

«Voglio stabilire un rapporto continuo con i medici del territorio. Conosco molto bene il valore e le professionalità di Pisa, ma non tutti probabilmente conoscono altrettanto bene ciò che viene fatto in Chirurgia a Livorno. Ne ho parlato con colleghi in un incontro all’Ordine. In alcuni casi sarò io a mandare un paziente particolarmente complesso a Pisa, ma dovrebbe prima passare da qui, non andare a Cisanello direttamente dal territorio».
 

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