Italia
Il punto del tenente Saccà: «In città furti e spaccio i problemi più sentiti»
Intervista al capo del Nucleo operativo e radiomobile della Compagnia carabinieri di Livorno: «Fenomeni che è possibile contrastare»
LIVORNO. Un passato da studente di giurisprudenza, un presente da comandante del Nucleo operativo e radiomobile (Norm) dei carabinieri della Compagnia di Livorno e un futuro ancora da costruire. «Continuerò a lavorare per gli altri. Senza pensare a dove potrei arrivare e qualunque siano i miei prossimi incarichi». Il tenente Marco Saccà ha chiaro il perché, anni fa, ha scelto l’Arma: «odio i soprusi e ho sempre voluto aiutare chi è in difficoltà». E sa bene di cosa “soffre” Livorno: «A generare maggior allarme sociale sono lo spaccio e il ripetersi di furti e rapine». Ma «sono tutti fenomeni che è possibile contrastare, seppur siano di difficile gestione».
Tenente, che cosa significa essere a capo del Norm?
«Il Norm è il braccio operativo della Compagnia (dei carabinieri di Livorno, che è guidata dal capitano Ugo Chiosi e che oltre al Norm comprende sette stazioni, ndr) e io sono il collaboratore del comandante per la gestione dell’attività operativa e investigativa, oltre al responsabile del servizio di polizia giudiziaria a livello locale per i Comuni di Livorno, Collesalvetti e Capraia».
Adesso lei è un ufficiale, ma perché, all’inizio, ha scelto di diventare carabiniere?
«Perché ho sempre odiato i soprusi e perché ho sempre voluto aiutare i più deboli. E una delle più grandi soddisfazioni che dà questo lavoro è ricevere un “grazie”. È accaduto, per esempio, che vittime di violenza ci abbiano ringraziato per aver arrestato chi aveva fatto loro del male. Perché, dopo tanto tempo, si sentivano di nuovo al sicuro. Di recente, invece, abbiamo individuato un uomo che aveva rubato lo zaino di un ragazzino. Lo abbiamo denunciato e abbiamo restituito la borsa alla mamma. Lei è venuta qui e ha regalato un fiore a tutti i carabinieri che erano in servizio. Quando riesci a ottenere risultati come questi c’è grande soddisfazione perché sai che, con il tuo lavoro, sei riuscito ad aiutare le persone».
A Livorno ha trovato questo genere di cose?
«Sì, a Livorno, dove ho avuto il mio primo incarico da ufficiale, ho trovato molta gratitudine. E ho sempre lavorato con collaboratori e superiori molto professionali e dal grande spirito di sacrificio. Ho imparato qualcosa da ciascuno di loro».
E la città?
«È una città complicata, ma qui si vive bene. Ho notato, per esempio, che l’integrazione degli stranieri è a un livello avanzato e molti di loro sono entrati a far parte del tessuto sociale. D’altra parte è una realtà complessa da diversi punti di vista. Per esempio per quanto riguarda spaccio e degrado, che devono essere gestiti ma non è sempre semplice. Perché in ogni contesto ci troviamo sempre di fronte a una molteplicità di situazioni diverse».
Quali sono dunque secondo lei, attualmente, le maggiori criticità a Livorno dal punto di vista dell’ordine pubblico?
«Sicuramente i fenomeni di spaccio in alcune aree della città sono problemi molto sentiti. Poi c’è la criminalità sporadica e saltuaria. Ma non è un problema solo di Livorno».
Cioè?
«Parlo di reati contro il patrimonio. Ci sono periodi in cui si verifica un maggior numero di furti e rapine. Sono principalmente eventi che avvengono in maniera disorganizzata. E sono di difficile contrasto perché il più delle volta sono casi isolati. Ma è possibile fronteggiare questi fenomeni, che generano allarme sociale e sono percepiti dalla cittadinanza più di altri».
L’aggressione ai danni di un 17enne in Capraia, gli arresti di giovanissimi accusati di tentato omicidio per aver accoltellato coetanei. Di recente ci sono diverse storie come queste, che vedono i giovani coinvolti in fatti più o meno gravi. È un problema generalizzato secondo lei?
«Il disagio giovanile c’è e non è un problema solo livornese, ma diffuso a livello nazionale. Ciò non toglie che i fatti a cui ha fatto riferimento siano molto gravi. Io credo che dobbiamo percepire tutto ciò come un segnale e che sia necessario intervenire. Ma dobbiamo farlo prima, come società e a livello culturale, non reprimendo. Noi, come carabinieri, andiamo spesso nelle scuole per parlare con gli studenti. È un’iniziativa molto utile».
Oltre agli studenti e alle operazioni, diciamo così, di strada, ci sono anche le indagini. Lei è il responsabile del servizio di polizia giudiziaria dei carabinieri di Livorno. C’è un’inchiesta che le è rimasta più impressa di altre?
«Sì, le truffe delle assicurazioni (si tratta dell’inchiesta sugli incidenti “gonfiati” o falsificati per ottenere i risarcimenti più alti dalle assicurazioni che ha portato a oltre 90 indagat, ndr). Quella non è stata solo un’indagine di tipo burocratico. Lì qualcuno ha tenuto per sé del denaro illecitamente. E l’ha fatto ai danni di altri. Oppure l’omicidio Degl’Innocenti (il 94enne ucciso durante una rapina, ndr). Come dicevo, non sopporto le ingiustizie. Cerco di combatterle e in questo caso, così come in tutti gli altri, il nostro compito (da investigatori, ndr) è quello di cercare la verità per la magistratura. Poi spetta ad altri giudicare, all’interno dell’orizzonte legislativo vigente».
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