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La storia

Inna e il viaggio della speranza in autobus: «Niente lacrime e tantissimo coraggio»

Matteo Scardigli
Inna Petrus
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Inna Petrus

L’avventura della donna in fuga dall’Ucraina verso Capannori, tra mille problemi, a bordo del mezzo proveniente da Livorno

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LIVORNO. Rivne, Dubno, Leopoli. Luoghi che il mondo impara a conoscere nel modo peggiore, tappe di una fuga disperata dalla guerra.

Inna Petrus è ucraina, lavora in Italia da 20 anni come badante presso una famiglia di Capannori. E lo scorso 1° febbraio torna in Patria, nella sua Rivne, per pagare dazio alla burocrazia. «Mio padre è venuto a mancare sei mesi fa. Sono andata per prendere appuntamento con il notaio, ma appena arrivata la televisione diceva di preparare la “borsa di guerra” con le cose di prima necessità: documenti, viveri, telefono e caricabatterie... l’ho presa e l’ho messa nell’ingresso», racconta.

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Petrus fissa comunque l’incontro, per il 25 del mese. Il giorno prima, però, esplode il conflitto.

«Ho provato il vuoto totale – confessa –. Tutte le famiglie che abitavano nel mio palazzo erano fuggite, mi sono ritrovata da sola», racconta ancora. Fuggire diventa l’unica opzione, ma «chi aveva un’auto propria l’ha presa ed è scappato», e raggiungere la stazione degli autobus vuol dire attraversare a piedi un campo aperto presidiato dai soldati nemici.

La via più breve passa dalla periferia, Dubno, tra un passaggio in macchina e un posto sull’autobus, dove rimane per qualche giorno ospite da alcuni amici. Poi arriva l’opportunità, e – di nuovo in auto – raggiunge Lviv (Leopoli); in cinque ore. E inizia a riprendere con il suo telefonino.

«Ricordo che era buio, faceva freddissimo. Il pullman proveniente da Livorno sarebbe arrivato solamente il giorno dopo, quindi mi sono fermata nella struttura di accoglienza per i rifugiati», racconta ancora.

Il mezzo diretto verso l’Italia è carico di cittadini come lei, di colpo diventati profughi: famiglie, anziani, bambini. Tutti. «Eravamo tutti sotto choc, ma nessuno piangeva né urlava. Tutti abbiamo trovato coraggio», prosegue.

Altre 24 ore servono per attraversare il confine con l’Ungheria, dove «hanno controllato i passaporti e le valigie, come all’aeroporto, e anche il pullman». Poi la Slovenia e infine l’Italia.

Petrus viaggia da sola, e più di altri è riuscita a conservare le energie e la lucidità. Ma ha anche una carta in più: «Ci hanno accolti chiedendo subito chi aveva il permesso di soggiorno. Ero l’unica in tutto l’autobus ad averlo, e una dei pochi che parlava italiano (o che non era impegnata ad aiutare un familiare, o magari dormiva); e così ho fatto da interprete».

Il motore sale di giri mentre la tensione inizia scendere, lentamente. La certezza è quella di essere in salvo, e si inizia a pensare al futuro. «Dalla frontiera siamo passati per Bologna, poi io sono scesa a Viareggio», conclude. Il pullman proseguiva per Livorno.

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