Così il regime fascista arraffò i beni degli ebrei
È l’altra faccia della discriminazione. Anche qui fra noi, livornesi brava gente
L’annientamento degli ebrei non è stata solo una “macchina” di odio e sterminio, messa in piedi dai nazisti e fatta propria dal regime fascista: è stata anche un grande affare economico, un trasferimento di ricchezza di una parte della popolazione ai danni di un’altra parte. Macché follia o annebbiamento della razionalità, è così che si autoassolve chi in realtà sapeva benissimo di compiere atrocità tant’è che non doveva restare traccia né dei corpi delle vittime né degli ordini. Insomma, l’ha dimostrato un’équipe di storici tedeschi: il meccanismo giuridico nazista di depredazione degli ebrei ha finanziato «almeno il 30% delle spese di guerra tedesche». Come attesta la studiosa Elena Pirazzoli, «il saccheggio dei beni ebraici non fu quindi un mero corollario della Shoah, ma un processo sistematico ad essa connesso».
A Livorno si sono contati 99 decreti di confisca sulla base delle leggi fasciste che, con l’avallo di casa Savoia, poco prima della seconda guerra mondiale legalizzano il furto di Stato ai danni di famiglie ebraiche. Molti meno che a Genova (914), a Milano (2.640), a Torino (547), a Venezia (648) ma anche a Verona (268), a Mantova (267), a Alessandria (216), a Padova (174) e via enumerando. Ma solo per un motivo: a Livorno gli ingranaggi dell’apparato persecutorio hanno avuto meno tempo. Già a metà ’44 il capo della polizia, dando per perse le zone più prossime a esser liberate, mette furia ai responsabili perché portino via agli ebrei quanto più possibile in fatto di «preziosi e depositi e titoli giacenti banche» e mandino tutto al sicuro nell’Italia del nord.
Andranno agli “amici degli amici”. Nel giorno del suo 100° compleanno Aldo Liscia racconterà al Tirreno come la sua famiglia fu costretta a dare ai Ciani la bella villa sul lungomare di Antignano («a suon di insulti e minacce spiegarono bene a mio padre che un ebreo non poteva permettersi di dire no al suocero e al genero del Duce»).
La persecuzione anti-ebraica ha avuto un'escalation di provvedimenti dal 1938 in poi: 320 fra leggi, decreti e circolari fino al 1943 e almeno altri cento in seguito, accompagnati da una valanga di ottomila decreti di confisca nei mesi di Salò.
UNA STORIA COSI' VICINA A NOI
Non è accaduto solo in Baviera, in Sassonia o a Berlino, e nemmeno solo chissà dove altro. È accaduto anche qui fra noi, fra i nostri padri, nonni e bisnonni. Anche qui, nella città col “core grande” e talmente multietnica e multireligiosa che figuriamoci se discrimina. Anche qui: nella città che non ha avuto il ghetto, nella città in cui gli ebrei si considerano (e anche allora si consideravano) a buon diritto a casa loro da secoli.
La discriminazione si sentiva già nell’aria da tempo: a fine maggio ’43, due giorni prima del bombardamento più devastante di tutta la guerra, il prefetto ingiunge al questore di sbatter fuori dal porto di Livorno gli «operai appartenenti alla razza ebraica», vietato l’accesso anche se sulle banchine ci lavorano.
Anziché parlare qualcosa di lontano oltre 1.300 chilometri, stavolta in occasione della Giornata della Memoria guardiamoci in casa nostra: perché la spoliazione dei beni delle famiglie ebraiche – la discriminazione razziale che si trasforma in (legalizzata) rapina di Stato – ha colpito nel vivo la comunità ebraica livornese. Non eravamo più negli anni d’oro quando un livornese su 10-12 era ebreo, ma negli anni ’30 Livorno aveva, in rapporto al numero di abitanti, una delle più forti presenze ebraiche (e fra loro 156 imprenditori). Ma ufficialmente con una quantificazione assai altalenante fra l’inizio e la fine degli anni ’30 fino a raddoppiarsi o dimezzare, a seconda dei criteri di raccolta che non erano mai puramente numerici, vista l’area che tirava: 2.481 per la “fotografia” scattata nel ’38 dal regime per mano della Direzione generale per la Demografia e Razza, poco più della metà per gli archivi dell’Unione delle comunità ebraiche nel ’40. Gli uni cercavano di ingigantire il problema per suonare la grancassa della propaganda, gli altri cercavano di nasconderne quanti più possibile.
Il nome dell’ex staffetta partigiana Tina Anselmi – questo sì un nome di donna che sarebbe stato buono per il Quirinale – lo conosciamo anche perché legato alla commissione d’inchiesta sulla P2, in realtà quasi vent’anni più tardi è stata lei a guidare l’équipe di parlamentari che ha alzato il velo sull’Italia fascista che depredò gli ebrei.
QUANTI NOMI LIVORNESI
Sfogliare il capitolo relativo al Monte dei Paschi di Siena mostra quanto da vicino questa storia riguardi Livorno: in quelle 14 pagine del “Repertorio dei beni ebraici sequestrati” la parola “Livorno” salta fuori 92 volte. Riguardano ebrei livornesi dieci espropri su 51 (dal ’40 al ’43): Paola Cave Bondi, Margherita De Benedetti, Lidia Faldini Jarach («6 appart. e 2 magazz.», valore ufficiale 106mila lire anni ‘30), Cesare Laide («un negozio», stima 64mila lire di allora), Sisa Lopez Tabet («6 appart. e 1 magazz.», oltre 84mila), Umberto Misul («1 appart. e 2 negozi», quasi 42mila), Luigi Rignano («9 appartamenti», oltre 303mila), Debora Rosselli, Arturo e Giulio Tedeschi, Margherita Cave Bondi («un appartamento», 84mila lire)
L’elenco successivo mette in fila le confische che risalgono all’anno seguente: 160 nomi e cognomi, in più di un caso su tre sono livornesi. Come Giovanna Gennazzani, Ferdinando Gavazzani e Wanda Leda Sinigaglia; come Eloisa Levi o come Arturo e Gino Giacomo Achib, come Virginio Ambron e Abramo Arbib oppure Luisa e Ugo Baquis, come Elio Bassano e una sfilza di altri. Solo in alcuni casi viene precisato quel che viene sequestrato: accanto al nome di Vittorio Curiat è precisato «1 fabbricato in Livorno», se parliamo di Raffaello Franco ecco «1/3 proprietà villa e giardino in Ardenza» mentre per Elena Fiorentino «1 casa di abitazione con cortile in Castiglioncello», stesso cognome per un Eugenio con «1 casa in Livorno», per Sarina Nathan «1 abitazione», per Minerva Passigli «1 abitazione e bottega», per Lidia Garda «porzione di casa in Livorno». Torna poi Umberto Misul («porzione di casa in Livorno»), compare Paolo Fernandes che è livornese ma ha «1 casa di abitazione in Pisa». E poi: Aristide Dello Strologo («1 casa di abitazione»), Carlo e Bianca Donati («una casa sita in Livorno» divisa fra loro), Corinna Errera («terreni nel comune di Lari per ettari 145,31») fino a arrivare a un «giardino in Livorno località Quercianella» per Argia Soschino e a «n. 70 Bot scadenza 1951» per Guido Tabet...
Certo, la conquista della democrazia porterà nel dopoguerra a cancellare questi provvedimenti odiosi. Liscia riottenne la villa solo per la caparbietà dell’avvocata (e perché l’ex podestà testimonia a favore dei Liscia). Per capirci: le “retrocessioni” – cioè le restituzioni del maltolto – iniziano subito ma parecchi aspettano anche 6-7 anni e a metà anni ’50 gli organismi ebraici allertano le comunità perché la restituzione avveniva solo su domanda e molti beni erano rimasti giacenti.
LA VALIGIA RIMASTA NASCOSTA
E se a distanza di oltre mezzo secolo a Lucca si contavano ancora 21 famiglie ebraiche in attesa di riavere i beni finiti in Svizzera, vale la pena di raccontare la storia di una vecchia valigia custodita fino agli inizi del decennio scorso nel caveau della filiale livornese della Banca Commerciale, il grande istituto confluito più di vent’anni nel gigante che ora è Intesa San Paolo. L’hanno aperta nel 2011 e vi sono stati trovati tesori sì ma unicamente dal punto di vista affettivo: piccoli amarcord familiari come una treccia di capelli e un pugno di monili. Quella famiglia è stata inghiottita dalla guerra: tutto bloccato per via di complicati intoppi giuridici, alla fine poi la Comunità ebraica livornese ce l’ha fatta e l’ha data al Museo della Shoah.
Fa il paio con l’altra grande storia da film che ha per protagonisti gli ebrei livornesi, le persecuzioni e la guerra. Nel dicembre ’43 la soprintendenza comunica alle autorità fasciste livornesi che a Livorno c’è un tal Nunes, manco a dirlo ebreo, che aveva in casa «un disegno attribuito a Leonardo raffigurante una testa di Giuda»: peccato che non risultava iscritto all’anagrafe, non riuscirono a rintracciare né lui né la colf che in precedenza aveva ricevuto la notifica. Un fantasma? Però agli atti dell’Ufficio c’è una annotazione formale: «Ceduto allo Stato nel ’37-38». Ma visto che l’opera d’arte è sparita: allo Stato chi?
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