Il presidio
Quei pomeriggi di peccati e risate folli
Quando la storia è un palazzo, e un palazzo è una storia. C’è poco da fare: per tutti quell’immobile fascinoso, dai profilo squadrato, piantato nel cuore di Livorno tra la via Grande e la zona del mercato è stato e sempre sarà “il Lazzeri”. Nel senso, soprattutto, della sala cinematografica che tra gli anni Sessanta e gli Ottanta era diventata una sorta di terra promessa per i ragazzini non ancora maggiorenni e una compagna di lunghi pomeriggi, lontani da occhi indiscreti, per chi cercava qualche ora di trasgressione.
Già, perché “il Lazzeri” era, insieme al Jolly, il cinema a luci rosse dei livornesi. Dove approdavano pellicole di spessore artistico non eccelso, va detto, spesso importate dai paesi del Nordeuropa o dagli Stati Uniti: qualità d’immagine spesso pessima, doppiaggio casalingo (eufemismo). Il pomeriggio al Lazzeri era una sorta di premio, un rito per chi tagliava l’ambito traguardo della maggiore età: al festeggiato gli amici già diciottenni pagavano il biglietto d’ingresso e nel buio fumoso della sala erano risate, scherzi, le voci che proprio non ce la facevano a restare sommesse anche perché i dialoghi non erano esattamente il pezzo forte del film. Una volta superato l’imbarazzo di fare il biglietto e superato il temutissimo sguardo della cassiera («mi starà giudicando?»), il vero spasso era aspettare la fine del primo tempo, quando le impietose luci di sala davano un colpo mortale alla privacy. E così si palesavano altri amici, conoscenti, il barista, il professore. Che con i loro sguardi ti dicevano senza parlare: «ragazzino, noi non ci siamo mai visti». Vecchio, peccaminoso Lazzeri: sembri appartenere a un’altra era geologica.
G.B.
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