Il presidio
Il mare dà e toglie Malattie e rimedi dei pescatori di altri tempi
La vita “al salmastro” offre tanti vantaggi ma anche rischi Patologie e segreti dei nostri nonni nei ricordi di un bambino
IL RACCONTO
Chi è nato o vissuto sul mare ha sempre nelle narici e sulla pelle l’odore inconfondibile del salmastro e quella ruvidezza del sale portato dalle onde, che sembra trasferirsi all’anima. Ed è così che la gente di mare è allegra, rude e imprevedibile come quell’elemento della natura con cui condivide l’esistenza. Per chi sia nato sul mare non esiste una stagione balneare, alla pari di vacanzieri o villeggianti. Qui il mare si vive in tutte le stagioni e ogni giorno. C’è chi ama fare il bagno nel freddo, correre o camminare vicino al mare d’inverno. Al primo tiepido sole d’aprile e maggio sono già tutti sugli scogli, in spiaggia e nelle cale più nascoste a prendere il sole e tuffarsi, a ogni età e sesso.
Chi vive al mare riconosce i venti, il poderoso maestrale, l’arrabbiato libeccio, l’umido scirocco, il grecale ingannatore che porta al largo le barche. Ne riconosce l’imprevedibilità, lo rispetta e lo teme, ne usufruisce dalla nascita alla vecchiaia dei benefici.
Aria e acqua ne hanno parecchi. Il mare è come il medico di famiglia: offre per ogni disturbo il giusto rimedio. Si chiama talassoterapia, un’azione curativa che riguarda una vasta serie di malattie, disturbi respiratori: «Il bimbo ha la tosse, vai sul mare che c’è maestrale...», si usa dire. Poi artrosi, allergie e lesioni della pelle, psoriasi e anemia. È utile come convalescenza dopo affezioni respiratorie ed esantemi infantili.
Si portavano sugli scogli i bambini con la varicella e il morbillo, e per la prima che si facessero cascare le crosticine. E ancora, patologie ginecologiche con le nobildonne allo Scoglio della Regina a farsi “sciacqui” per favorire la fertilità. Un’epoca in cui non esistevano integratori, vitamine, sali minerali e diete.
Si diceva anche che la vicinanza al mare riduceva il rischio di rachitismo diffuso nell’entroterra o malattie del gozzo per la scarsa assunzione di iodio. Vantaggi per le ossa perché il sole stimola la vitamina D, che fissa il calcio nello scheletro e combatte rachitismo e osteoporosi.
Non si sapeva ancora, ma aiutava il sistema immunitario (gli anticorpi). Stimolava infatti l’azione dei linfociti T, cellule del sangue contro batteri e virus.
Nel 1913, quando i parametri fisici erano misurati solo alla leva miliare, i soggetti che provenivano da zone marine erano qualche centimetro più alti rispetti a quelli delle zone interne.
Ma tutte le storie hanno due versioni. Mio nonno mi portava in Darsena e m’incantavo a vedere i pescatori al ritorno dalla pesca e, nel quotidiano, rammendare le reti. Mi ero fatto amico di un vecchio pescatore, sul volto una trama di rughe profonde come canali e le mani adunche come artigli che si muovevano rapide sulle reti. Un giorno mi disse, mostrandomi ceste coperte di ghiaccio e pesce pescato da vendere: «Vedi bimbo, il mare dà, ma ricorda il mare toglie», mostrandomi le mani.
Seppi dopo da nonno che aveva 50 anni, eppure mi pareva ne avesse cento e ora che sono dottore, ho capito. Sì, offre cibo e salute, ma può portare malattie e danni a chi nel mare ci lavora e non villeggia.
I problemi più frequenti per chi sta a lungo sotto il sole e all’aria riguardano la pelle. In passato la cheratosi attinica, la secchezza e l’eccessiva rugosità della cute, il carcinoma, il basalioma. È la forma più frequente di tumore benigno, detto “fiore di cavolo”, spesso perché ne assume la forma bitorzoluta. Altri rimedi e strane cure se era vicino all’occhio. Le mogli raccoglievano una piantina comune, l’euforia. La facevano bollire estraendo la linfa e la spalmavano sulla lesione, sulle verruche. Aveva la proprietà di desquamare le cellule e rendeva la pelle più liscia. Il rimedio (1400) è stato accreditato come valido e coadiuvante dalla ricerca del Queensland Institute of Medical Research di Brisbane.
Come antinfiammatorio si ricorreva a impacchi di malva. Acqua di mare, era usato come sciacquo, alla pari del cortisone oggi. Secondo la ricerca, dopo un mese di trattamento, 41 lesioni su 48 erano guarite.
Vivendo in umidità costante, spesso scalzi e in preda a onde e venti umidi, andavano incontro a precoce artrosi e reumatismo, cosa che non succede ai villeggianti.
Per chi si sottopone a sforzi continui come calare e tirare reti cariche di pesci o spostare pesanti casse dalla barca al molo, frequenti erano ernie e microfratture.
I pescatori mangiavano un po’ meglio rispetto ai contadini, poiché era uso portare a casa dopo la vendita il pesce di scarto avanzato, ricco di vitamine, sali minerali proteine. Per le mogli era come il maiale per il contadino, non si buttava via nulla. Si faceva brodo con lische e testa, mangiando anche gli occhi ricchi di fosforo. Se si portava a casa un pescetto più grosso, in previsione di tempi peggiori, veniva essiccato, ricoperto di sale marino e poi strusciato” sui legumi, polenta o patate per arricchire il sapore.
Tante sono le malattie professionali legate al pesce. Così è stata istituita, nei primi anni del 2000, una giornata sul problema. Cade il 18 giugno.
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