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Livorno

No Green pass, la protesta dei cinquecento Salvetti: ne avete diritto, ma non concordo

Giorgio Billeri
No Green pass, la protesta dei cinquecento Salvetti: ne avete diritto, ma non concordo

I manifestanti chiamano il sindaco che scende in strada. Attimi di tensione dopo una frase sulle leggi razziali del 1938

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Giorgio Billeri

LIVORNO. Cinquecento, forse di più. Donne, tante. Giovani, ma anche tanti capelli d’argento. Poche mascherine, striscioni gonfiati dal pungente vento d’ottobre. “Libertà”, “No green pass”, slogan che rimbombano come un mantra incessante sotto i palazzi delle istituzioni. La Prefettura, anzitutto, poi il Comune, il Tribunale: il tracciato della protesta, le tappe per manifestare il proprio dissenso in una data che è uno spartiacque nella vita di chi lavora: da oggi la carta verde diventa il passepartout per entrare in ufficio o in fabbrica, e chi non la possiede sarà costretto all’Odissea dei tamponi ogni 48 ore.

Cinquecento nelle strade, il traffico paralizzato, la vigilanza che resta attenta, ma discreta e defilata. Le voci si fanno sempre più concitate, scandite dal rullo di un tamburo, dentro i megafoni si urla la voglia di non starci. “Spegni la tv, manifesta pure tu”, “Tra i no e il sì c’è il free”, “Obbligo di green pass a pagamento per obbligare il vaccino gratis”, alcune delle frasi vergate a pannarello su lenzuoli e cartelli, e poi lo striscione più grande, quello che apre il corteo, “Giù le mani dal lavoro! No Green pass”.

Il corteo fa rumore, e quando approda in piazza Civica decide di fermarsi. «Chiediamo al sindaco di scendere per strada e parlare con noi», la richiesta. Alcuni minuti di attesa, poi Luca Salvetti, mascherina nera, si materializza in mezzo alla protesta.

IL SINDACO

Già, ma cosa può rispondere un sindaco a persone che protestano per misure adottate a livello nazionale? La domanda, legittima, resta sospesa nell’aria, ma Salvetti decide comunque di sottoporsi al fuoco di fila delle domande e anche a qualche fischio (eufemismo), quando spiega di essere «totalmente favorevole alla campagna vaccinale, come del resto l’ottanta per cento degli italiani. Personalmente credo che la strada giusta per uscire dalla pandemia sia quella che stiamo percorrendo, ma capisco anche quel venti per cento che, per timore o per convinzione personale, ha deciso di non vaccinarsi: ognuno è libero di decidere, ci mancherebbe. Perché sono sceso in strada? Credo che un sindaco debba sempre confrontarsi con le istanze dei cittadini, con qualunque manifestazione di protesta e così sto facendo da quando sono qui. E continuerò a farlo».

TENSIONE

Tanta gente, pochi eccessi per fortuna. Soltanto un momento di tensione, quando dalla folla qualcuno fa riferimento, davvero fuori luogo, al 1938 e alle leggi razziali, paragonando in qualche modo quella discriminazione all’attuale provvedimento.

Salvetti, per un attimo, perde l’aplomb. «Guardi, questo non glielo consento e non lo posso accettare – replica a muso duro – la mia storia personale e quella della mia famiglia, dove ci sono stati dei partigiani, mi impone di ribellarmi a questo tipo di frasi».

Ma la calma, vivaddio, torna subito anche perché la discussione si sposta nuovamente sul Green pass, sull’obbligo di esibirlo per lavorare.

«Esiste una catena di comando – spiega ancora Salvetti – alla quale io come ogni altro amministratore mi devo attenere. C’è un decreto e lo dobbiamo applicare». Infine la promessa: Salvetti si dice disposto a incontrare periodicamente una delegazione dei manifestanti per essere informato sui progressi delle cure sperimentali.

L’assembramento di scioglie, i tamburi rullano verso la Venezia e la sede del Tribunale, nel sole freddino di ottobre.

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