Da Livorno allo spazio: Kayser sullo SpaceX di Elon Musk per bio-esperimenti in vista di Marte
L’azienda aerospaziale della famiglia zolesi alla scoperta dei “batteri minatori” che estraggono metalli e ora gli effetti di gravità zero sui microorganismi
LIVORNO. Colpisce l’immaginario il fatto che sia finito un (bel) pezzo di amaranto labronico a bordo della SpaceX-23, la compagnia di Elon Musk che è l’apripista dell’imprenditoria privata dell’aerospazio: inutile dire che stiamo parlando di un bio-esperimento di Kayser Italia, l’azienda high tech livornese che dal quartier generale all’ex Barcas sulla provinciale per il Gabbro ha realizzato una piccola Houston locale in collegamento con la Stazione spaziale internazionale 400 chilometri sopra le nostre teste a 28mila chilometri orari.
Sono più di trent’anni che l’impresa della famiglia Zolesi ci ha abituati a questi exploit, e anche stavolta si tratta di uno degli innumerevoli studi che devono approfondire le conoscenze su aspetti biologici particolarissimi. Sempre in vista dell’obiettivo numero uno dell’industria aerospaziale ai quattro angoli del mappamondo: preparare la missione che toccherà il suolo di Marte. Forse attorno al 2040-2050, cioè almeno una quindicina di anni dopo quel che sognava in passato l’ingegner Valfredo Zolesi, scomparso pochi mesi fa e fondatore della società (ora guidata dal figlio David con la sorella Sara, e una sede anche in Inghilterra, al Rutherford Appleton Laboratory Building in Fermi Avenue, in un piccolo borgo dell’ Oxfordshire).
In questo caso si tratta di “Biofilms”, esperimento lanciato in orbita da Cape Canaveral a fine agosto: la firma è quella dell’Agenzia Spaziale Europea, la collaborazione è con l’organismo statale tedesco del settore spazio (Dlr).
La controprova? L’esperimento del “biofilm” ha tre parametri di riferimento: la gravità “normale” presente sul nostro pianeta, quella quasi zero e quella riscontrabile su Marte.
Obiettivo dichiarato: capire come i microorganismi, spesso unicellulari, possano farcela a proliferare anche in ambienti liquidi o sulle superfici metalliche là dove la gravità è quasi zero o comunque bassissima. Non è un puro sfizio intellettuale o una bislacca curiosità accademica, così come non lo erano stati gli esperimenti – spesso condotti in prima persona dagli astronauti nel cosmo – per verificare, in conseguenza di una prolungata esposizione alla microgravità, cosa accade, ad esempio, alle cellule nervose umane e alla loro capacità di trasmette gli stimoli cerebrali o all’apparato muscolare di mantenere il tono e rispondere agli impulsi intenzionali oppure a come si fissa il calcio nelle ossa. Questo solo per citare alcuni casi, a dire il vero innumerevoli: anche perché gli astronauti a bordo della Stazione spaziale internazionale lavorano pure a missioni di lunga durata ma finora non ci si è mai spinti a tenere nello spazio gli astronauti per anni e anni, ovviamente sotto l’effetto delle radiazioni cosmiche.
Basti ricordare cosa accade spesso al rientro della navicella spaziale: non di rado gli astronauti vengono tirati fuori a braccia perché il loro fisico ha subito pesanti ripercussioni dopo la permanenza in assenza di gravità per alcuni mesi. Potrebbero reggere a missioni di due-tre anni o i limiti della fisiologia umana non lo consente?
Occhi puntati sul bioreattore che in modo automatico idrata i campioni di batteri. Se gli aforismi da ingegneri aerospaziali insistono sul famoso bullone da cinque cent che rompendosi manda a ramengo una missione che vale un fantastiliardo di dollari, nella nuova bio-era post-Covid anche il largo pubblico comincia a comprendere che in una missione di lungo (o lunghissimo) periodo il rischio può stare anche nella proliferazione fuori controllo di una famiglia di batteri.
Non è l’unica novità che l’impresa aerospaziale ha messo sulla rampa di lancio. Nell’orbita del cyberspazio di Twitter la Kayser richiama un altro bio-esperimento: si chiama “BioRock” e riguarda uno stock di piccoli bioreattori in cui sono presenti campioni di neanche due grammi e grandi quanto l’unghia di un pollice. Stiamo parlando di roccia basaltica, l’hanno trovata in Islanda e l’hanno selezionata perché dal punto di vista chimico ha una certa qual somiglianza con quel che si trova sul suolo di Marte o della Luna. A cosa servono? A “vedere” come i “batteri minatori” possano estrarre, ad esempio, vanadio dal basalto. Di nuovo, la domanda: con quale scopo? Avere la possibilità di limitare il materiale inviato dal nostro pianeta e riuscire a produrlo laggiù: proprio utilizzando batteri che ricavino questi prodotti sul pianeta di destinazione. Andremo a inquinare Marte appena ci metteremo piede? Gli specialisti del settore dicono di no: lo scarto dei “batteri minatori” non è neanche lontanamente paragonabile a quel che produce l’industria delle miniere che conosciamo già.
Non basta: già adesso si lavora a una nuova bio-innovazione, stavolta sulla frontiera della capacità di cicatrizzazione. Anch’essa importantissima: ovviamente non si può immaginare di mandare un pronto soccorso al seguito delle missioni spaziali, dove anche i centimetri quadrati sono importanti. Ma questa è già un’altra storia: la prossima.
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