«Il fango sulla pelle e la città in ginocchio»
I “bimbi motosi” a raccolta per la commemorazione «La mattina scoprimmo il dolore della catastrofe»
LIVORNO. Lottarono per giorni, mani e piedi nel fango, per aiutare i concittadini in difficoltà. Rispondendo alla chiamata che batteva in petto si guadagnarono il titolo di Bimbi Motosi e divennero simbolo di rinascita in una città lacerata dall'alluvione, e ieri quelli che hanno potuto si sono dati appuntamento prima della cerimonia organizzata dall'amministrazione comunale per uno scatto commemorativo ideato e curato dal fotografo Riccardo Repetti. «Sono già passati quattro anni, a ripensarci oggi è strano», confessa Matteo Crismani, volontario Svs che in quella terribile notte era di servizio a un concerto e mai si sarebbe aspettato un evento simile: «Tornai a casa sotto una pioggia molto forte, ma mi accorsi di quello che era successo soltanto la mattina dopo. Andai a Salviano e a Collinaia. Ho negli occhi l'immagine di questa casa, davanti allo Stadio, ricoperta dal fango; ci lavorammo tutti insieme per quella che credo sia stata una mezza giornata». La compagna, Serena Brucioni, all'epoca era solo un'amica: «La porta di casa mia era stata bloccata dai pini che erano caduti durante il nubifragio. Solo mia madre riuscì in qualche modo a farsi largo e ad uscire, con Matteo invece siamo riusciti a rivederci soltanto qualche giorno dopo».
Matteo Mancini, che oggi fa il bagnino a San Vincenzo, invece era al bar con gli amici. «Mia madre mi telefonò per dirmi di tornare perché in casa stava entrando l'acqua, poca per fortuna. All'indomani, di fonte al disastro riunii un gruppetto di amici fra cui Daniele Cei ed Elisa Vastola e andammo a botta sicura a Salviano e allo Stillo. Fu una sensazione di spaesamento fortissima, era tutto completamente al buio e sembrava una scena di guerra», racconta tenendo per mano la compagna Nicole Chessa, e insiste: «Tanti Bimbi Motosi non sono riusciti a venire, ma voglio portare la voce di chi, quelle prime sere, andava a dormire con l'ansia (per fortuna sopraffatta dal senso di soddisfazione per aver dato una mano) e si svegliava il giorno dopo con la voglia di ripartire».
«Quella notte, sotto l'acqua, qualcuno scherzando mi disse che "ci voleva il canotto". Non potevamo sapere che cosa sarebbe successo», racconta Monica Giusti, anche lei volontaria Svs: «Il giorno dopo nell'aria c'era una sensazione indescrivibile, ricordo ancora la melma che usciva dai tombini in strada». «Ricordo un profondo senso di tristezza per una città in ginocchio, ma anche un forte senso di unione e di comunità», aggiunge l'amica Francesca Sarri, che infine conclude: «Ricordo il fioraio di fronte al cimitero della Misericordia, travolto dal fango. Nel tempo, passandoci davanti, l'ho visto rifiorire poco a poco. Questa esperienza mi ha cambiata per sempre».
M.S.
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